Di cicciocospi e dintorni

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Di cicciocospi e dintorni

Appartengo a quel gruppo di psicopatici che quando si imbatte in un annuncio di lavoro che non rispetta le regole, lascia un messaggio, lo segnala o ne chiede la rimozione, perché vedere ancora oggi pubblicate richieste fantasiose rivolte a “donne max 26anni bella presenza” per fare un qualsiasi lavoro a contatto con il pubblico, mi mette proprio di malumore. Questo genere di richieste credo sia segno di grande inciviltà, nonché di decadenza di una società ormai al capolinea. La discriminazione in tutte le sue forme deve essere bandita anche dagli ambiti lavorativi, sempre, anche se spesso le istanze di chi chiede correttezza nelle selezioni, vengono rigettate, a partire dall’aspirante commessa ritenuta troppo “racchia e cicciona” per arrivare al ricercatore non raccomandato, passando anche da chi professa un determinato credo. Se è vero che la legge non consente discriminazioni religiose, è anche vero che consente di selezionare un lavoratore in base a titoli e competenze, per il ruolo richiesto. Per fare un esempio sul caso che in queste ore è salito agli onori della cronaca, se ho bisogno di un urologo, non posso aprire un bando per conferimento dell’incarico ad un neurochirurgo. Se devo potenziare l’unità operativa di chirurgia della mano, il chirurgo vascolare non partecipa e non se ne lamenta, perché semplicemente non ha i requisiti. Il bando del San Camillo di Roma che sta scuotendo le coscienze di chi non ha di meglio da fare che impicciarsi dell’utero altrui, risale al 19 ottobre 2015 ed è rivolto ai ginecologi che andranno espressamente inseriti nell’organico della struttura atta a garantire l’applicazione della legge 194/1978. Seguendo il link potrete accedere al bando che sta giungendo in questi giorni alle ultime fasi di selezione e potrete leggere con i vostri occhi che in nessun punto è scritto che non è aperto agli obiettori, qui non si crea alcun precedente, ma si cerca di garantire un diritto che dal 1978 non si riesce a garantire perché viviamo in un paese a dittatura cattolica, in cui vari esponenti della Chiesa insistono con il voler mettere bocca su una faccenda che non li riguarda. Non è l’ospedale che esclude gli obiettori a priori, ma fa presente che la struttura in cui saranno inseriti è quella in oggetto e di fatto sono gli obiettori che si escludono da soli, rifiutandosi di praticare le procedure che in questo particolare servizio devono essere garantite per legge. Il bando è finalizzato all’assunzione di un medico da impiegare nel servizio di IVG perché è lì che manca personale sanitario, ma è proprio questo che fa scalpore, il fatto di ricordare che è una struttura assistenziale che merita dignità al pari delle altre e che a causa proprio di tutte quelle obiezioni che sono state garantite, ora necessita di un potenziamento di un organico dedicato. Invece secondo le associazioni che si sono sentite lese (i medici cattolici e la CEI) e anche secondo la ministra Lorenzin, si sarebbe dovuto procedere in altro modo per non turbare i medici cattolici e non privarli del loro diritto ad essere assunti sempre e comunque. Quindi in caso di posti vacanti si deve procedere ad un bando generico per assunzione e poi a conclusione dell’assegnazione, verificato che “Toh! pure questo è obiettore”, aprire un secondo bando per la richiesta di mobilità di un medico da assegnare a quell’unità. Al di là del fatto che possiamo discutere di discriminazione fino all’estinzione della razza umana, mettendo da un lato il diritto del medico a tener fede alle proprie convinzioni religiose e dall’altro il diritto della donna ad esercitare le scelte che la legge dello Stato italiano le garantisce, da un punto di vista meramente pratico, a voi sembra normale? Tutto sto casino per assumere un medico disposto ad attuare una legge dello Stato se richiesto? Ottobre 2015, al San Camillo vengono banditi un concorso per assegnazione di un posto di dirigente medico da inserire nel settore  Day Hospital e Day Surgery in cui si esegue IVG ed un avviso di mobilità  con le stesse finalità, per un totale di due nuovi medici assegnati alla struttura. Quando la ministra fa riferimento alle procedure  “legali” sostiene che un ospedale non possa bandire un posto per una struttura specifica, perché i bandi sono per unità operativa (quindi facendo il servizio capo all’ Unità di ostetricia e ginecologia, si può bandire un generico posto di dirigente medico aperto ai ginecologi, senza indicare l’ambulatorio specifico di destinazione) e poi nel caso aprire bandi di mobilità per specifiche esigenze. Quindi ottobre 2015 bando per un nuovo posto (che a febbraio2017 vede la selezione ancora in corso ) e avviso di mobilità per sopperire alle eventuali necessità, come dire: continua ad assumere ginecologi potenzialmente inutili e spostane altri da altri posti a compensazione delle tue necessità. Comodo, pratico, veloce, economico e soprattutto ragionevole. Tutto questo perché sennò i preti si agitano, perché la tutela della donna arriva sempre dopo le garanzie che bisogna accordare a chiunque altro, perché in Italia i diritti sono sempre più fittizi e sempre meno reali. A farmi storcere il naso poi, ci sono le tempistiche, una bando del 2015 scatena la polemica oggi, dopo l’elezione di Trump ed il ritorno in auge di un dibattito che era già vecchio e superfluo nel 1978 . Per chi non lo sapesse, la media nazionale di obiettori è oltre il 70%, con picchi oltre 80% in molte regioni, l’obiezione non ha effetti solo sulle interruzioni volontarie praticate chirurgicamente, ma anche sulla  la somministrazione della RU486 e la prescrizione alle minorenni di quei principi attivi che sebbene l’AIFA abbia fatto immettere in commercio come metodi di contraccezione di emergenza (quindi legalmente non abortivi, ma contraccettivi), sono osteggiati dagli obiettori sia medici che farmacisti, perché in alcuni casi potrebbero agire anche a concepimento avvenuto, impedendo l’impianto di un ovulo già fecondato . L’odissea di una coppia che aveva necessità di ricorrere al Levonorgestrel (pillola del giorno dopo) prima dell’autorizzazione a venderla senza presentazione di ricetta medica, poteva durare anche giorni, toccando vette di idiozia incommensurabile. Io penso che non sia più ammissibile garantire ai cattolici privilegi che non sono concessi ad altre religioni e che costituiscono pericolosi precedenti. Se da un lato condivido l’inserimento di una clausola di obiezione nella legge 194, resasi necessaria affinché all’indomani dell’entrata in vigore fosse rispettata la sensibilità di quanti al referendum si erano espressi negativamente, ed erano già in organico delle varie UO, si è poi omesso di creare nel corso dei decenni, le condizioni per garantire l’attuazione di una pratica legale e la regolamentazione di questo privilegio, affinché non fosse mantenuto a scapito del ben più grande diritto alla salute sancito dalla costituzione e normato nella fattispecie dalla 194. Il rischio insito in questa prassi è che se domani io mi inventassi la religione del Cioccocospesine che crede nell’inviolabilità delle cellule e del rame, secondo cui i tumori hanno l’anima e il rame sogna, potrei voler veder riconosciuto il mio diritto a rispettare la vita del mesotelioma e rifiutarmi di operare appellandomi alla clausola di obiezione. È inutile che mi si dica che la mia è una provocazione, perché il diritto di appellarsi alle proprie convinzioni non dovrebbero averlo solo i cattolici, secondo cui le donne ingerirebbero abortivi come caramelle se non ci fosse il loro paternalistico intervento, anche io voglio invocare lo stesso principio e delirare sul fatto che se garantisco al cattolico di credere, in deroga alla legge, che l’aborto sia omicidio, allora finirà che nessuno somministrerà più antibiotici perché anche i batteri sono vivi. E che dire degli antiretrovirali? Che vi ha fatto l’HIV? anche lui ha diritto di vivere…dove andremo a finire? Chi ha detto che la mia dignità di ciccocospa sia meno importante di quella di un cattolico? La realtà è che in Italia i cattolici sono privilegiati e la laicità dello Stato è una balla a cui ormai credono in pochi. In un ottica di rispetto delle convinzioni religiose, dovremmo rivalutare anche le mutilazioni rituali, di quelle non ne vogliamo parlare? Perché la circoncisione sì e l’infibulazione o l’escissione no? E chi decide quali aspetti di quali credi meritino di ricevere trattamenti speciali  e quali no? Perché è tanto difficile mettere un freno ad un privilegio che lede i diritti sanciti dallo Stato? L’abuso di potere che è derivato dall’esercizio dell’obiezione è disgustoso, cari cattolici, non vi piace che l’aborto sia legale? Scioperate, perdete giorni di lavoro/studio/tempo libero e andate  a manifestare sotto Montecitorio per farla abrogare se ci riuscite, non intralciate l’esercizio di un diritto in virtù delle vostre convinzioni, soprattutto non per quanto riguarda la distribuzione e la somministrazione di farmaci, è davvero intollerabile questa ingerenza ed esaspera gli animi. Io posso anche accettare che non si precluda ad un cattolico di praticare la professione in una struttura pubblica, ma pretendere che non si cerchino figure professionali dedicate ad assolvere ai compiti che loro rifiutano di svolgere è surreale e dimostra  la volontà di portare avanti le loro crociate con ogni mezzo grazie alla posizione privilegiata di cui i loro rappresentati hanno sempre goduto e che a questo punto non è più accettabile. Però attenti, perché come voi mettete in discussione il nostro diritto ad abortire, noi metteremo in discussione il vostro diritto ad obiettare e se fino ad ora non abbiamo obbligato nessuno ad andare contro le proprie convinzioni (a differenza di quanto continuate a fare voi quotidianamente che,  in nome di ipotetiche vite da salvare, ricorrete a mezzi e mezzucci per imporre la vostra visione delle cose a chi non professa il vostro credo), non è detto che se cercate lo scontro a tutti i costi, non si decida di chiedere una modifica della legge e pretendere che i dipendenti delle strutture pubbliche mantenute con i nostri soldi, garantiscano le prestazioni cui abbiamo diritto. Diversamente abbassate la cresta e accettate che nel 2017 a 40 anni dall’entrata in vigore delle legge che garantisce alle donne diritto alla procreazione cosciente e responsabile, sia applicabile su tutto il territorio nazionale e che per continuare a garantire a voi il diritto di obiettare, si proceda con assunzioni dedicate, perché adesso basta!

Per chi l’ha visto e per chi non c’era

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Da qualche tempo in rete e non solo, si parla di quello che è stato definito “stupro virtuale”, per indicare una pratica che sta conoscendo una diffusione preoccupante: la condivisione di foto esplicite e non, inviate da amanti virtuali o reali, ex fidanzate, ex mogli, amiche, ricevute da altre fonti o scatti rubati di passanti, senza il consenso del soggetto, allo scopo di eccitare l’utilizzatore finale e consentirgli di dare libero sfogo alle proprie fantasie predatorie. A partire dalla Bibbia3.0 (database ospitato via via su diversi drive online), per arrivare ai più casalinghi gruppi Facebook per gli utenti meno capaci, le foto vengono diffuse senza consenso e utilizzate per scopi tutt’altro che leciti. In questo articolo dell’ Espresso c’è un interessante campionario di questa varia umanità che si sente in diritto di esternare le proprie bassezze, forte del fatto che sui social tutto sembra consentito, perché nessuno denuncia e anche quando lo fa non esiste un reato abbastanza grave da associare alla loro condotta, senza contare il fatto che una buona parte dell’opinione pubblica sia pronta a difendere l’uomo, che nella nostra cultura è considerato cacciatore, non perdendo occasione per sottolineare che la donna ha la sua parte di responsabilità perché non è stata prudente (leggasi: casta e morigerata). Al solito il dibattito, anziché concentrarsi sull’educazione al rispetto, va fuori focus e si finisce con il fare victim blaming, perché se sei portatrice di orifizi penetrabili, devi aspettarti che l’intento del prossimo sia sempre e solo quello di colmarli. Se sei un ragazzo e conosci a calcetto un tipo simpatico che ti invita a casa sua a vedere il derby e tu ci vai, dopo esserti sbarbato e profumato perché è domenica, ma lui mentre vedete la partita ti sbatte sul divano e ti violenta, è uno stupratore che ti ha brutalizzato e nessuno si sogna minimamente di sollevare la questione della prudenza. Se un collega dell’università invita una ragazza a casa sua a studiare e lei va lì con una gonna perché magari è maggio e ci sono 38°C e lui le salta addosso, il commento medio è che avresti dovuto prevederlo, essere prudente, pensare alla tua sicurezza, perché cosa ti aspettavi, davvero di studiare? Ecco questa è l’educazione che ci hanno impartito i reazionari che hanno costruito questa società, questo è ciò che si ottiene quando si chiede parità, quando si rivendica il diritto all’uguaglianza.
Ma veniamo allo stupro cosiddetto virtuale. Alcuni ritengono che non sia un paragone calzante, che le “vere vittime di stupro” (anche qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte sul decalogo della vittima perfetta) dovrebbero sentirsi offese dall’essere messe alla stregua di sciocche esibizioniste che regalano incautamente foto sexy a conoscenti vari ed eventuali e che dovrebbero partire dal presupposto che prima o poi quelle immagini usciranno della riservatezza. Retro-pensiero: cosa ti aspetti? se mandi a qualcuno una foto di una tetta sei una ragazza poco seria che intrattiene rapporti vuoti con sconosciuti arrapati, quindi sarai sempre oggetto di attenzioni non richieste perché è NORMALE che se ti mostri disponibile con una persona la tua disponibilità di quel momento è poi estesa d’ufficio a tutti i conoscenti del tuo amico. Ecco materializzarsi una folta schiera di educatori che invocano corsi di educazione civica informatica, maggior consapevolezza dei rischi di internet, preservazione della propria castità e altri rituali medioevali che vanno dal chiudersi dentro casa, al non dare confidenza ai bipedi di sesso opposto, al depilarsi a fasi alterne: sì se vuoi essere trombata; no se sei una femminista frigida e non vuoi essere coinvolta in un amplesso. Tutte iniziative mirate alla diffidenza, alla moralizzazione, alla repressione, mai al fottutissimo rispetto, mai che qualcuno dica “Stasera prendo i miei figli e gli faccio una testa tanto sui valori del rispetto e della parità e lo farò anche domani e dopodomani”, mai che un insegnante invochi la necessità di fare maggiore attenzione nell’educazione alla parità, partendo dalle piccole cose, partendo da sé, iniziando dalle battute sul parcheggio, per arrivare agli hot-pants che non sono un invito a farsi penetrare da dietro con dei peni dalle dimensioni immaginifiche di clave preistoriche.
Perché descrivere una pratica di sopraffazione ed umiliazione sessuale in un commento ad una foto diffusa all’insaputa del soggetto è stupro virtuale? Perché è tale in un contesto di sesso virtuale, perché l’intento di chi scrive è quello di imporre la propria supremazia fisica e sessuale con la violenza, descrivendo atti di sottomissione all’indirizzo di una persona messa in condizione di non poter reagire, perché nel 2017 la foto che io invio o che tu rubi e diffondi in rete, rappresenta me, la mia immagine mi appartiene ed è estensione della mia persona, con l’aggravante che è spesso il frutto di una fiducia tradita da un partner ignobile.
Spiegone per coloro che non ce la fanno da soli: ciò che fino agli anni ’90 del secolo scorso era conosciuto come rapporto epistolare, oggi si avvale di altri mezzi, benché il mio mestiere non preveda una formazione in comunicazione, ho avuto la fortuna di conoscere bene e da vicino le reti sociali che si sono sviluppate in questi 20 anni, a quanto pare molto più di miei coetanei che hanno la pretesa di parlare di una cosa che sembrano non aver proprio afferrato: la comunicazione e le relazioni interpersonali sono cambiate e questo è un dato di fatto. Chi ancora crede che internet meriti una regolamentazione a parte, che sia un mondo virtuale in cui tutto è concesso, commette un enorme errore di valutazione che rischia di avere risvolti sempre più tragici, se non si accetta il fatto che i social non sono un luogo altro. Se molti ancora lo percepiscono come tale è perché spesso hanno un limite anagrafico che devono cercare di superare, se vogliono fare del bene alle nuove generazioni, regalando loro una società in cui vivere liberamente. Quando frequentavo le scuole medie c’erano diverse pubblicazioni per adolescenti che avevano la classica sezione “La posta del cuore”, spesso vi scrivevano ragazzi e ragazze in cerca di amici di penna, annunci innocenti che davano il via ad amicizie,  simpatie, amori corrisposti e non, fantasie. Mai ho sentito biasimare questo genere di iniziative, come invece oggi si fa con Facebook. Persino mia nonna (classe 1925) aveva un amico di penna durante la seconda guerra mondiale, un militare convalescente (mi raccontava che era consuetudine sostenere i militari scrivendogli, per farli sentire meno soli) e quando questo giovanotto osò farle delle avances, nonna lo redarguì ed interruppe il rapporto epistolare. Se questo giovanotto fosse andato in giro a raccontare che mia nonna era stata poco seria, i fratelli di nonna sarebbero andati a cercarlo per assicurarsi che la convalescenza durasse almeno un altro paio di mesi. Da qui  azzarderei un paragone con quanto accade oggi, epoca in cui la comunicazione è profondamente cambiata e possiamo avere un’amica con cui condividiamo la passione per le azalee, piuttosto che per il lievito madre o per Chewbecca, a Forlimpopoli e parlarci tutti  giorni via FB o Whatsapp, pur vivendo a Singapore. Le relazioni che nascono in rete, non sono meno vere di quelle che nascono altrove. Questa è l’epoca in cui viviamo, io stessa ho avuto relazioni nate in chat, quella che al momento reputo una delle mie migliori amiche l’ho conosciuta su Facebook e non la trovo una cosa stramba da disadattata, ma un fortunato caso offertomi dalla globalizzazione. Al contempo, non sono cambiati solo gli strumenti di comunicazione, ma anche le modalità, viviamo nell’era delle immagini (e vi risparmio link a studi di neuroscienze che mostrano come  alcuni processi cognitivi si stiano modificando in conseguenza di ciò), per flirtare non si scrivono più frasi allusive, si manda una foto magari con una bretella del reggiseno che fa capolino dalla maglia, una foto in costume al mare o qualcosa di più esplicito. Sono allusioni sessuali? Direi di sì. Chi ne è protagonista ha sempre una maturità tale da comprenderne la portata? Forse no. Biasimare e colpevolizzare questi comportamenti riconducendoli ad una condotta depravata e sconsiderata servirà a qualcosa secondo voi? Io penso proprio di no, censurare i costumi che cambiano non  è mai servito a niente. Responsabilizzare i giovani rispetto alla propria sessualità (non rispetto all’uso di internet, delle lettere cartacee o degli scambi verbali) è una cosa che dovrebbe coinvolgere tutti però, maschi e femmine, inclusi coloro i quali si sentono autorizzati a prendere la fotina dell’amica o dell’amico e farla girare per il pubblico ludibrio. Questo è però solo uno degli aspetti da considerare, perché non si parla solo di giovani che dovrebbero essere educati al rispetto e al superamento delle disparità di genere, ma di meno giovani che danno vita a questi aggregati di meschinità in cui ogni occasione è buona per esprimere sprezzanti il proprio desiderio di soverchiare l’oggetto di attenzioni sessuali ostentatamente violente.  È evidente che chi è vittima di queste vicende non riporti gli stessi danni di chi subisce un abuso fisico, ma lo stupratore e chi esprime con tale violenza un intento predatorio, hanno una matrice comune sulla quale da un lato possiamo interrogarci, ma dall’altro deve essere perseguibile. Io credo che molti di questi signori non andrebbero in giro a dire le stesse cose che si permettono di scrivere quando sono  in gruppo e si spalleggiano a vicenda, ciò non toglie che siano persone con una visione distorta della donna e del sesso e che non debbano restare impuniti. Certo la pena non può essere la stessa che viene comminata ad uno stupratore e non si può fare il processo alle intenzioni, ma una qualche forma di responsabilità che vada al di là della violazione della privacy, va individuata (il codice penale non è immutabile, con l’evoluzione dei costumi cambiano gli inquadramenti dei reati, la violenza sessuale è stata inquadrata come delitto contro la libertà personale solo nel 1997, sottraendolo al novero dei reati contro la moralità e il buon costume, a sottolineare un’evoluzione del pensiero sociale). Ad aggravare poi la condizione delle vittime, c’è tutta una schiera di benpensanti pronti ad individuare la corresponsabilità dell’abusato, di colui o colei all’indirizzo del quale sono rivolte le dichiarazioni di assalto sessuale, per ricordarci che un certo tipo di condotta autorizza implicitamente il prossimo a perpetrare violenze, verbali in questo caso, fisiche in altri se si accettano i parallelismi del tutto legittimi. Ecco dunque sciorinare tutta una serie di ragionamenti che mai pongono il maschilismo come punto centrale, ma che nel condannare superficialmente chi si attarda in queste pratiche, si prodiga nel ricordare che però la vittima non dovrebbe fare questo, non dovrebbe fare quello, dovrebbe prevenire il crimine, possibilmente in tutina di latex, altrimenti in qualche modo è responsabile.
Questo è quello che vedo, questo è ciò che mi circonda e mi disgusta, non solo perché in alcuni gruppi di cui faccio parte, tra chi si prefigge di portare avanti battaglie di uguaglianza c’è sempre chi manifesta anche inconsciamente, un pensiero patriarcale che ci porta a giudicare tutti coloro i quali non si uniformano ad una condotta socialmente accettabile e che non rispondono a richieste di castità angelica di stampo cattolico. Io spero che almeno chi ha gli strumenti cognitivi per interrogarsi su questi temi, inizi a farlo mettendo da parte pregiudizi che forse non gli appartengono davvero, ma che sono il frutto di condizionamenti di cui non sempre ci rendiamo conto e che si possa ripartire tutti insieme per costruire un mondo migliore in cui tutti coloro che fanno parte di categorie per secoli mantenute in condizioni di inferiorità (donne, omosessuali, disabili, operai, migranti), riescano ad uscire dal giogo in cui i padroni (reazionari, clericali, capitalisti, schiavisti) tentano  con sempre minor successo di mantenerli.

In direzione ostinata e contraria

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“La vita è sacra, ti è stata data e non è tua”.

Perché? Chi lo ha detto?  Data da chi? Dove sta scritto che non è mia?

Convenzioni sociali, principi religiosi che nulla dovrebbero avere a che vedere con le leggi laiche dello Stato e con le mie libertà personali. Sono anche un po’ stufa di sentire queste litania su improbabili chine scivolose da non imboccare, perché “Se lo permettiamo dove andremo a finire”. 

Perse la guerra contro il divorzio e quella contro l’aborto, i cattolici continuano a combattere contro ciò che non si confà alle loro convinzioni, lacerando la vita altrui al grido di “Ma noi siamo quelli buoni che difendono la vita”. Il “come” questa vita sia vissuta, è una cosa che a loro non interessa e non starò qui a fare digressioni su dignità, pedofilia, stupri, maschilismo e tutto ciò che poi , nella vita delle persone, ha un reale peso. Tu vivi, quello che non va accettalo e offri la tua sofferenza a Dio, tu non sai perché soffri, ma Lui sì.

1. Lui ti ama : ah beh grazie ora mi sento meglio.

2.  La sofferenza è strumento di Dio, devi accettarla: ma anche no, ne farei volentieri a meno, si comprasse un avvitatore elettrico.

3. Non sei solo a portare le tue pene, Lui è con te (segue storiella delle orme sulla sabbia): se poi oltre a fare l’amico invisibile mi offrisse una birra, potremmo parlarne a 4 occhi.

4. Dio parla al tuo cuore, sei tu che non sai ascoltare: ah certo, devo fare sempre tutto io.

5. Dio non ti infligge una sofferenza maggiore di quella che puoi sopportare: ha un bilancino speciale per valutare quanta merda riesci a sopportare, quindi vai tranquillo e patisci che ce la fai, siamo tutti con te.

6. Le vie del Signore sono infinite: ok, ma compratelo un GPS che mi sarei anche rotto il cazzo di girare a vuoto

7. L’amore vince su tutto: ah sì, ho visto il film.

8. Il Signore ha un piano: adoro i piani ben riusciti.

Al di là delle battute, io capisco che chi professa una fede sia convinto che la sua scelta sia la migliore, anche io che non professo alcuna fede ne sono convinta ma vorrei essere lasciata in pace. Nel merito, non vedo sostanziali differenze tra integralisti cattolici e integralisti musulmani. Entrambi, in virtù delle loro convinzioni, pretendono di estendere la propria morale a tutti, impiegando i mezzi che il loro contesto sociale gli consente. Accettare che i laici possano fare scelte diverse dalle loro è qualcosa che proprio non riescono a concepire, intervenendo con violenza fisica i primi e ideologica i secondi.

Non starò qui a fare digressioni su quanto sia ridicolo che si propongano come bussola morale di una società che contribuiscono a mantenere nella superstizione, nell’ipocrisia e nell’ingiustizia. Mi limiterò a sottolineare come, un certo tipo di moralizzatori attacchi quotidianamente le altrui libertà, forzando lo Stato laico e sovrano ad estendere i propri dogmi alla collettività, in nome di qualche rimasuglio di principi arcaici che nulla hanno a che vedere con gli interessi, non solo della collettività, ma del singolo. Pur di non ammettere il tramonto di una fede che  sopravvive più nella forma che nella sostanza, anche presso chi dichiara di professarla, le alte sfere fingono vitalità reiterando subdolamente concetti e principi dei cui limiti sono ben consapevoli, impartendo ordini morali ad una schiera di credenti supini e creduloni, privati di senso critico da 40 anni di decadimento cognitivo-culturale, incapaci di maturare una propria posizione e abbagliati dal rassicurante frontman acchiappa like.

Ma veniamo a noi, quello che io detesto con tutto il cuore sono l’ipocrisia, l’incoerenza, la malafede con cui si fa leva sui sentimenti elementari decontestualizzando i problemi. I principi e le idee sono somministrati in pillole a seguaci distratti che non si prendono la briga di formarsi una propria idea, approfondire un argomento, verificare una notizia. Una decina di giorni fa in Belgio hanno applicato la legge, cosa che di per sé in Italia già farebbe notizia, ma la legge in questione tocca un tema che da noi spacca e divide quanto la mancata convocazione della promessa di turno in Nazionale: l’eutanasia. Come i più informati sapranno in alcune civilissime nazioni europee vengono emanate leggi di interesse collettivo, che mirano a salvaguardare la dignità ed il benessere dei cittadini e tutelarne la libertà di scelta, in barba all’atteggiamento paternalista della classe dirigente italiana. La notizia, manco a dirlo, è stata accolta da noi con il solito sconcerto moralista. Nonostante l’Avvenire (quotidiano in informazione in mano al CEI) riporti la notizia in questi termini “ …il paziente aveva 17 anni, non si conosce però né il nome né il sesso ma solo che era malato terminale, che si tratta del primo caso in Belgio (e nel mondo, col benestare di una legge dello Stato) e che sono stati rispettati i criteri fissati dalla revisione della legge belga sull’eutanasia del 2002 riformata nel 2014 per includere anche l’accesso all’eutanasia di minori informati e consenzienti una volta acquisito il placet dei genitori e del medico curante.”,  Bagnasco (presidente CEI) continua capziosamente a parlare di “bambino” e ci spiega che “La vita deve essere accolta, sempre, anche quando questo richiede un grande impegno”. Ma le vere perle arrivano dal mondo politico e laico, in cui si annidano biechi opportunisti che, anziché promuovere un confronto serio e maturo su di un importantissimo argomento che tocca tutti noi da vicino, si concedono alla dichiarazione compulsiva, per cui possiamo incappare in posizioni ragionate come le seguenti:

 “Eutanasia per un bambino in Belgio. Erode è tornato, strage degli innocenti” (Maurizio Lupi deputato NDC-UDC)

“Il diritto all’eutanasia del bambino, altro non significa che attribuire ad un adulto il potere di vita e di morte su un minorenne” (Alberto Gambino presidente ass.ne Scienza e Vita).

“La vita umana continua ad essere valutata come un bene strettamente personale… la deriva belga dovrebbe costituire un campanello d’allarme per quanti…si apprestano a promuovere la legislazione eutanasica nel Parlamento italiano” (Gian L. Gigli presidente Movimento per la vita)

“Chi ha deciso che quel bambino doveva morire? L’egoismo dei genitori?” (Lorenzo Cesa segretarioUDC)

“Il Belgio, seguendo l’Olanda, sdogana l’eutanasia per i bambini, aprendo la strada ad una deriva eugenetica che fonda le sue radici, come ai tempi del nazismo, in un totale disprezzo della vita umana” (Carlo Giovanardi – senatore BOH, non v’è certezza che non cambi casacca mentre scrivo e mi ritrovi con un refuso, per cui controllatevelo voi)

Poi la mia preferita, l’ immancabile on. Paola Binetti che con romantico sconcerto si chiede
“Com’è possibile che non abbia vinto l’amore dei genitori sulla morte”, sai Paole’ se non sei in un film della Disney succede.

Io penso che nessun individuo in possesso delle proprie facoltà mentali possa mai pensare che il genitore di un malato terminale lo sopprima come un cane fastidioso e non sia comunque dilaniato all’idea di porre fine alla sua agonia accompagnandolo verso la morte, superando il desiderio incontrollabile di tenerlo stretto a sé anche solo un altro minuto, per un ultimo respiro. Potrei scrivere altre dieci pagine sulle quanto siano superficiali, volgari e contraddittorie le posizioni espresse in questi commenti, ma non lo farò; lascio a chi ha avuto la pazienza di leggere questo mio post, fare le proprie considerazioni alla vigilia di quella che sarà la prossima polemica. Si sono concluse le Paralimpiadi, durante le quali abbiamo tutti ammirato incondizionatamente Bebe Vio e cercato di imparare qualcosa da lei, parimenti e con altrettanto rispetto dovremmo imparare che c’è chi nella vita ha dovuto affrontare un percorso diverso e che deve essere libero di scegliere un epilogo diverso come Marieke Vervoort la cui storia da noi è poco nota, che si appresta a far molto discutere i benpensanti della domenica. Buon week end a tutti e come da tradizione…

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Preghiera in gennaio – Fabrizio De André

Anna non abita più qui

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E’ facile cedere alla tentazione di interpretare “Map to the stars”, come una semplice critica e ridicolizzazione del patinato mondo delle stars hollywoodiane, ma a mio modesto parere il film andrebbe inquadrato in una cornice ben più ampia.

La storia narrata si dipana attraverso le vicende di personaggi che appartengono al mondo dello spettacolo o ad esso ambiscono, che sia il caso o il destino a far incrociare le loro vite , poco importa; ne consegue che sullo sfondo di una LA per la prima volta mortificata e al contempo liberata dai cliché cinematografico, che la vuole intrappolata tra Chinese Theatre e l’Holliwood walk of fame, uomini e donne devastati da intensi drammi personali, cercano il riscatto o il perdono, attraverso percorsi che si riveleranno fallimentari.

Le contraddizioni dei singoli personaggi, si svelano allo spettatore senza le sovrastrutture melodrammatiche che lo stereotipo del film drammatico ci ha per anni imposto, liberando così il dramma da un genere che lo ha costretto e ancorato a personaggi eroici e positivi.

Cronenberg ci regala antieroi, che alla ricerca della redenzione percorreranno un red carpet immaginario che li condurrà ad un epilogo  che conferma non tanto una predestinazione dell’uomo, quanto una incapacità dell’umanità a modificare sostanzialmente il proprio comportamento.

A dispetto della vacuità delle persone che lo vivono, il dramma umano diventa il protagonista, liberato dalla zavorra del dolore penitenziale. L’ossessione, il declino, il tradimento, la tossicodipendenza, il cinismo, l’incesto, l’abuso, la malattia e la morte dei bambini, creano un tessuto sul quale si inseriscono punti luminosi che rappresentano le singole vite, i singoli drammi, le piccole storie che poca cosa rappresentano agli occhi dell’universo e delle costellazioni, ma che nessuno spessore donano a personaggi vacui che li vivono. Il dramma è liberato nella sua essenza più pura e attraverso il fuoco che  bruciando consumerà e spegnerà le vite dei protagonisti, sarà l’unico a trovare redenzione.

Il mantra dell’affermazione del sé, attraverso il mito della libertà (ripetuto ossessivamente attraverso le parole di Eluard), laddove non vi è costrizione, se non l’unica che l’individuo si è autoimposta con la propria meschinità , viene inutilmente portato alle estreme conseguenze, senza l’impianto cinematografico classico che miri a far leva sull’emotività dello spettatore, anch’esso liberato dall’inutilità di molte pellicole.

Se è vero che  “Ogni famiglia infelice è infelice a proprio modo” e agli infelici ci siamo sempre sentiti vicini, in Map to the stars questa empatia non è richiesta, non è ciò che vediamo ad offrirci il senso della storia, quanto ciò che è stato tolto.