AbsolutelyZelda

Standard

Zelda. Chi mi conosce da tempo sa che questo è il mio pseudonimo, nick per gli amici della rete, scelto tanto tempo fa e spiegato, a chi me lo chiedeva, con un distratto “Era la moglie di uno scrittore…”

Zelda, Zelda Sayre, Zelda Sayre Fitzgerald che con il padre bello e dannato del grande Gatsby ,ha condiviso inquietudini e nostalgie. Le inquietudini di una generazione e le nostalgie per un’epoca dorata; quando il mondo in cui erano diventati stelle luminose cambiò. Cambiò il  mondo, cambiarono loro due, si dannarono prima di amore, poi di amarezza, infine di delusione e solitudine, con il declino di un’età che non era più:l ‘età del jazz. Il jazz dei club privati durante il proibizionismo, il jazz che si travestiva di sete fruscianti e rasi pastello per intrufolarsi, a passo di swing, ai balli della borghesia e contagiare i figli di una società perbenista e puritana, contaminandoli di passione e corrompendoli con sofferenza. L’America non mi è mai piaciuta; le sue contraddizioni, la sua ottusità e la sua prepotenza, poi un giorno una raccolta “Racconti dell’età del jazz” mi ha attratta a sé da uno scaffale e mi ha prepotentemente catturata a suon di musica, la musica che io amo, suonata in una opulenta sala da ballo di una villa di quell’America che è stata il punto di partenza dell’occidente in cui ora viviamo; ma questo lo avrei capito molto tempo dopo. Sullo sfondo si dipanavano le problematiche di una casta dedita ad una delle tante cacce alle streghe della sua storia, ossessionata dai fantasmi del proprio inconscio, bisognosa di demonizzare per esistere. Sotto i riflettori per me svettava una donna pronta a dare scandalo, pronta ad ispirare un nuovo modello di femminilità e ribellione. Una fanciulla vestita di seta, che fuma un sigaro e si sbronza tracannando wisky dalla bottiglia. Con il capo leggermente reclinato da un lato, gli occhi un po’ socchiusi, sognanti, stupiti, acuti e vacui allo stesso tempo. Lei, Zelda Sayre, che con questo modello non ha molto a che vedere ma che a me piace lo stesso. Zelda, con gli occhi aperti sul futuro, i sogni imprigionati nella fallocrazia del passato, le labbra dischiuse sul respiro del suo amato, una donna emblematica che mi ha ispirata, non so perchè. Credo che se fossi vissuta anche io a quei tempi, avrei avuto con lei molte cose in comune: sarei stata sognante, irrequieta, ribelle, disincantata, innamorata ed irrimediabilmente superficiale. E’ stata talmente viva ed affamata che di troppa vita è impazzita, dando un senso persino alla follia. Così dopo tanti anni in cui ho abusato del suo nome facendone il mio, si è fatta viva nei miei pensieri per farsi ricordare, ancora una volta protagonista perfetta del suo mondo e dei suoi spazi. E’ bastata una musica, un malinconico tango (Por una cabeza) a farmela vedere, nell’ultimo pomeriggio della sua vita, prima della sua morte per-fet-ta, in un incendio nella casa di cura in cui era rinchiusa per la sua disfatta psichica. Era infagottata in un maglione di cachemire beige, con un nastro di raso azzurro tra i capelli, seduta nella veranda della clinica in cui sarebbe bruciata, gli occhi socchiusi a fissare quelli che potrebbero essere dei mandorli in fiore, una sigaretta tra le dita, inquietudini, fantasmi che solo una donna sa di avere e di dover combattere, nostalgia di quell’età dorata bruciata avidamente, forse nessun rimpianto, forse solo uno, ma nella visione non mi ha confidato quale. Anche quello bruciato di lì a poco.

… e la cenere della sigaretta volava al suono di un malinconico tango.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...