Lacrime

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Sono anni che ci penso, che vorrei parlare, che vorrei dire la mia, ma trovare le parole è difficile. Raccontare certe emozioni ti obbliga a metterti a nudo e non amo farlo. Il racconto di queste lacrime parte da lontano, da un banco di scuola, dal banco della prima fila del Liceo Ginnasio G. D’Annunzio e dall’originale fascino del caro professor Di Giovanni. Il sabato era il giorno dell’assegnazione dei compiti per il lunedì ed il numero di frasi di greco da tradurre variava a seconda del risultato calcistico del Pescara. Le domeniche di fine anno le trascorrevo a studiare e tradurre, con un orecchio al risultato della partita ed il fastidio per la telecronaca che proveniva dalla sala, stanza in cui mio padre seguiva le tappe del giro, precludendomi l’accesso al televisore. Detestavo quel suono e non capivo l’insensata attenzione con cui seguiva quegli omini rannicchiati che offrivano, a mio avviso, uno spettacolo noiosissimo… una telecamera fissa su un tizio che pedala, ma che ci sarà mai di esaltante? Un lunedì dell’anno il prof. Di Giovanni elenca i temi del compito in classe e tra le tracce ne propone una sulla sportività del passaggio della borraccia tra Bartali e Coppi…penso: Ma che hanno ‘sti vecchi nel cervello? IL ciclismo..che sport palloso…E poi cos’è ‘sta storia della borraccia? Papà com’è ‘sta storia sulla borraccia? Mio papà si illumina e racconta che, anche se era piccolo e non c’era che la radio, ricorda bene quell’episodio, lui quell’epoca l’ha vissuta…Oggi lo invidio per questo…Me ne ha raccontate tante, anche se “a pelle” preferisco Bartali… Per anni il mese di maggio è stato il periodo nero della mia vita, le lunghe domeniche senza tv, i pomeriggi senza poter accedere alla sala, un lungo mese (o quasi) in cui c’era quella rottura del giro, e poi i commenti a cena, con mio papà che esaltato raccontava dell’impresa del giorno ed io, per quel sacrosanto puro spirito di contraddizione che ogni figlio ha il dovere di manifestare verso il genitore cui più somiglia, sbuffavo, alzavo gli occhi al cielo e gli davo del vecchio… I discorsi sulle tattiche erano assurdi, gregari, scalatori, velocisti..ma in bici non vince chi va più veloce? Lo va a riprendere? Ma che deve riprendere?! Bah..assurde manie da genitore… Non notavo a quei tempi una cosa essenziale, una luce, un bagliore che ho cercato per anni nello sguardo di mio padre, quello sprizzo di entusiasmo che fa brillare le pupille di gioia, che fa assumere agli occhi quell’aria sognante che si ha quando la tua passione ti regala un’emozione. Mio padre è un uomo pratico, solido, concreto, senza grilli per la testa, non ama le perdite di tempo, non dice mai una parola di troppo e quando sillaba qualcosa lascia il segno. Non è di quelli che fanno gli amiconi, non va al bar, non ha vizi, non ha amici con cui cacciare, pescare o fare che…ma c’è una sola cosa che fa di lui qualcosa di diverso, che pur essendo così distante da come te lo immagini, fa così profondamente parte di lui che non riusciresti ad immaginarlo senza ed è il ciclismo. Non è un grande tifoso, intendiamoci, non è un ciclista della domenica e non ha mai indossato maglie rosa per andare a seguire tappe dal vivo. E’ un tranquillo papà fruitore del ciclismo televisivo, ma se non fosse stato per lui io non saprei cosa significhi scalare…Non so quando è accaduto, né perché, ho il vago ricordo di una sensazione di rassegnazione e sconforto che dopo anni mi portò a sedere su quel divano accanto a mio padre e non alzarmene più… Auina che da piccola intralciava qualsiasi lavoro papà facesse, mettendosi di mezzo e dicendo “Papà potto? Auina ti aiuta”, Auina che cercava l’approvazione del gigante, Auina che aveva solo rimproveri e sembrava sbagliasse sempre tutto, Auina che alla fine ha trovato un punto di contatto con il papà, in una insospettata domenica di maggio, davanti alla tv, su di un vecchio divano, attraverso l’impresa di uno scalatore…è proprio fico questo sport se hai la pazienza di ascoltare e capire. Purtroppo la pazienza non è una mia virtù, e questo mi ha portata a scoprire il ciclismo quando ero già grande, ma in tempo per lui, per Pantani. Eh sì, perché alla fine di tutto questo panegirico il discorso cade su di lui… rivendico il mio diritto a credere ciò che voglio ed io credo che Pantani fosse un campione. Non c’è inchiesta che possa mettere in discussione le imprese che ci ha regalato e guai a chi tocca il ricordo che io serberò nel cuore per sempre. Ricorderò per sempre l’emozione che suscitava il lancio della bandana, il fremito che provavo quando digrignava i denti e come un mastino non mollava per fare sue quelle vette, la luce nei suoi occhi quando sentiva il bagno di folla che era lì per lui ed io, dal mio divano, avrei voluto entrare nel televisore per vederlo, non scorderò mai mio padre che lo incitava dicendo “Vai, vai” come se lo potesse sentire e per magia quelle sue parole gli potessero far sentire la bici più leggera, non dimenticherò mai quando l’ho sognato che fendeva la folla a Parigi, all’arrivo del tour l’anno in cui la doppia vittoria lo consacrò su quell’Olimpo in cui merita di restare. Non mi importa, se alla fine non ha ritrovato la forza di regalarci altre vittorie, non importa se dopo averci dimostrato che sapeva vincere ha iniziato a perdere, non mi frega nulla se continuano a dargli del drogato, perché l’uomo non si è rialzato ed ha finito con il soccombere. Io di batoste dalla vita ne ho avute, non sono una sportiva e non sono un campione di nulla, ho commesso molti errori nella vita e rivendico il mio diritto di sbagliare e fallire, e penso che Pantani come tutti noi avesse questo diritto. Lui non si è sentito Bufalo, non ha scartato in tempo, è precipitato in un tunnel senza via di uscita, è morto in un modo che se non fosse immensamente triste sarebbe quasi comico…Credo però che, come ha dimostrato l’autopsia, non facendo uso massiccio di EPO, non fosse un campione perché dopato, ma perché lo fosse davvero, credo che lo stile di Marco fosse qualcosa di unico e raro, che la sua pedalata aveva un non so che di mistico, credo che difficilmente ci sarà un campione come lui nei prossimi anni, che in pochi hanno infiammato le folle come ha saputo fare lui e che il dolore che ho provato quando è stato messo tutto in discussione, sia un dolore strano… Ho pianto, quando è morto in quello stupido, assurdo modo, ho pianto ieri quando hanno trasmesso un servizio su di lui, durante il giro e piangerò forse ogni volta che penserò a lui. Così come piangerò quando mio padre non ci sarà più ed io vedrò il Giro d’Italia senza di lui, senza poterlo commentare con lui, senza potergli mandare stupidi messaggi. A volte penso che arriverà il giorno in cui non sarò in grado di vedere una sola tappa, perché per me il ciclismo è soprattutto una passione che ho condiviso con lui, il punto di contatto tanto cercato e finalmente trovato ed è per questo che quando penso all’artefice di quel piccolo miracolo, verso ancora lacrime.
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