Diario di viaggio parte I

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Da qui in poi vi racconto il viaggio di questa estate per regalarvi un po’ dell’ avventura che ho vissuto.

 

24/08

Ore 19:00; un’ultima sigaretta prima di salire sul treno, sperando che il controllore non si porti via il mio bagaglio partendo a tradimento mentre prova l’apertura/chiusura delle porte. Ore 19:30… ancora a Giulianova. Una parte di me vorrebbe non essere scesa da un treno preso tanto tempo fa e aver girato il mondo. Accanto a me una “me”  poco più che ventenne legge Marquez in lingua con un vocabolario tascabile sotto mano. Gli occhiali leggeri e l’aria mite e trasognata di chi è indaffarato in qualcosa che trascende il pragmatismo. Esibisce una strana gonna verde con vistose pennellate di colore giallo e magenta; avrei tanto voluto indossarne una così anche io alla sua età, ma ho sempre sbagliato tutto e mi è mancato spesso il coraggio di lasciarmi andare a mise zingaresche. Le ballerina in pezza azzurra, con ricamati uccellini dal variopinto piumaggio sono troppo anche per i miei sogni più spinti di di vita gitana e miraggi di danze sfrenate in una comune. Ci separano il corridoio, una decina di anni e l’acqua poggiata sul tavolino estraibile: naturale per me, frizzante per lei. Gli Strokes scivolano via decisi con “Ize of the world” così come mi sono sfuggiti tra le dita questi ultimi anni. Ho cercato per troppo tempo di guardare lontano sul mio cammino, oltre il punto che mi era concesso di vedere ed ho perso di vista il presente, trascurando di vivere il momento nella paura di non raggiungere quel brillante punto oltre l’orizzonte che tanto ho immaginato, ma che forse neanche esiste e che solo ora comprendo non ha alcuna importanza. 

 

25/08  This Land is my land

Decidiamo di passare la sera prima della partenza al concerto della Gang in quel di Filottrano. Sperando ci distragga dal fatto che la meta del viaggio sta andando a fuoco, ci dirigiamo verso il paese per il RockFestival. Per la cena troviamo ospitalità in una trattoria del posto; Coda Mozza, il gatto nero, si istalla sotto la mia sedia ed il cameriere ride isterico alle proprie battute, ma la grigliata, il vino e la grappa ci introducono degnamente al clima pre-concerto. Alle 21:30 ci troviamo sul prato di un piccolo campo di calcetto in attesa che il dolorante gruppo di supporto lasci il posto ai fratelli Severini. I presenti hanno preso posto a terra, lasciando una rispettosa distanza di qualche metro tra la prima fila ed il palco, poi finalmente Marino irrompe con la gang dei Gang al seguito , brandisce il microfono e ci accusa di essere troppo lontani, non ce lo facciamo ripetere e in un istante gli siamo quasi addosso. Ai concerti la luna non manca mai ed è sempre pronta a coronare la testa del cantante, anche stasera brilla piena e incantevole. Mi accorgo di essere circondata da un gruppetto di sedicenni che fumano ed hanno tutti All Star nere ai piedi, hanno la faccia pulita e dichiarano in coro “Il futuro nostro è di sicuro ci saranno guai”. Sul palco c’è quell’uomo meraviglioso che purtroppo non riempie stadi, ma che dovrebbe riempire strade… come mi sento a casa in questo momento. C’è chi nasce con la ribellione nel cuore e se la porta dentro tutta la vita e allora forse può capire cosa si sente a cantare qui stasera, come ogni altra sera, il rock dei partigiani. Perché i partigiani erano rock e chissà se lo sapevano, io lo so, come so anche che il mio uomo accanto a me si emoziona come me fino alle lacrime a cantare dei figli di Alcide , ad un perfetto e stupendo concerto rock, dove semo tutti belli.

E terra e acqua e vento,

non c’era tempo per la paura

nati sotto la stella

quella più bella della pianura,

avevano una falce

e mani grandi da contadini

e prima di dormire

un padre nostro

come da bambini.

Sette figlioli sette

di pane e miele

a chi li do

sette come le note

una canzone gli canterò.

E pioggia e neve e gelo

e fola e fuoco insieme al vino

e vanno via i pensieri,

insieme al fumo su per il camino.

Avevano un granaio,

e il passo a tempo

di chi sa ballare

di chi per la vita

prende il suo amore

e lo sa portare.

Sette fratelli sette

di pane in miele,

a chi li do

non li darò alla guerra

all’uomo nero non li darò.

Nuvola lampo e tuono,

non c’è perdono per quella notte

che gli squadristi vennero

e via li portarono coi calci e le botte.

Avevano un saluto,

e degli abbracci quello più forte

avevano lo sguardo

quello di chi va incontro alla sorte.

Sette figlioli sette,

sette fratelli

a chi li do

ci disse la pianura

questi miei figli

mai li scorderò.

Sette uomini sette

sette ferite

e sette solchi

ci disse la pianura

i figli di Alcide

non sono mai morti.

In quella pianura,

da Valle Re ai Campi Rossi

noi ci passammo un giorno

e in mezzo alla nebbia

ci scoprimmo commossi.

(La pianura dei sette fratelli – Gang)

 

 

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