Per chi l’ha visto e per chi non c’era

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vlyublennyie
Da qualche tempo in rete e non solo, si parla di quello che è stato definito “stupro virtuale”, per indicare una pratica che sta conoscendo una diffusione preoccupante: la condivisione di foto esplicite e non, inviate da amanti virtuali o reali, ex fidanzate, ex mogli, amiche, ricevute da altre fonti o scatti rubati di passanti, senza il consenso del soggetto, allo scopo di eccitare l’utilizzatore finale e consentirgli di dare libero sfogo alle proprie fantasie predatorie. A partire dalla Bibbia3.0 (database ospitato via via su diversi drive online), per arrivare ai più casalinghi gruppi Facebook per gli utenti meno capaci, le foto vengono diffuse senza consenso e utilizzate per scopi tutt’altro che leciti. In questo articolo dell’ Espresso c’è un interessante campionario di questa varia umanità che si sente in diritto di esternare le proprie bassezze, forte del fatto che sui social tutto sembra consentito, perché nessuno denuncia e anche quando lo fa non esiste un reato abbastanza grave da associare alla loro condotta, senza contare il fatto che una buona parte dell’opinione pubblica sia pronta a difendere l’uomo, che nella nostra cultura è considerato cacciatore, non perdendo occasione per sottolineare che la donna ha la sua parte di responsabilità perché non è stata prudente (leggasi: casta e morigerata). Al solito il dibattito, anziché concentrarsi sull’educazione al rispetto, va fuori focus e si finisce con il fare victim blaming, perché se sei portatrice di orifizi penetrabili, devi aspettarti che l’intento del prossimo sia sempre e solo quello di colmarli. Se sei un ragazzo e conosci a calcetto un tipo simpatico che ti invita a casa sua a vedere il derby e tu ci vai, dopo esserti sbarbato e profumato perché è domenica, ma lui mentre vedete la partita ti sbatte sul divano e ti violenta, è uno stupratore che ti ha brutalizzato e nessuno si sogna minimamente di sollevare la questione della prudenza. Se un collega dell’università invita una ragazza a casa sua a studiare e lei va lì con una gonna perché magari è maggio e ci sono 38°C e lui le salta addosso, il commento medio è che avresti dovuto prevederlo, essere prudente, pensare alla tua sicurezza, perché cosa ti aspettavi, davvero di studiare? Ecco questa è l’educazione che ci hanno impartito i reazionari che hanno costruito questa società, questo è ciò che si ottiene quando si chiede parità, quando si rivendica il diritto all’uguaglianza.
Ma veniamo allo stupro cosiddetto virtuale. Alcuni ritengono che non sia un paragone calzante, che le “vere vittime di stupro” (anche qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte sul decalogo della vittima perfetta) dovrebbero sentirsi offese dall’essere messe alla stregua di sciocche esibizioniste che regalano incautamente foto sexy a conoscenti vari ed eventuali e che dovrebbero partire dal presupposto che prima o poi quelle immagini usciranno della riservatezza. Retro-pensiero: cosa ti aspetti? se mandi a qualcuno una foto di una tetta sei una ragazza poco seria che intrattiene rapporti vuoti con sconosciuti arrapati, quindi sarai sempre oggetto di attenzioni non richieste perché è NORMALE che se ti mostri disponibile con una persona la tua disponibilità di quel momento è poi estesa d’ufficio a tutti i conoscenti del tuo amico. Ecco materializzarsi una folta schiera di educatori che invocano corsi di educazione civica informatica, maggior consapevolezza dei rischi di internet, preservazione della propria castità e altri rituali medioevali che vanno dal chiudersi dentro casa, al non dare confidenza ai bipedi di sesso opposto, al depilarsi a fasi alterne: sì se vuoi essere trombata; no se sei una femminista frigida e non vuoi essere coinvolta in un amplesso. Tutte iniziative mirate alla diffidenza, alla moralizzazione, alla repressione, mai al fottutissimo rispetto, mai che qualcuno dica “Stasera prendo i miei figli e gli faccio una testa tanto sui valori del rispetto e della parità e lo farò anche domani e dopodomani”, mai che un insegnante invochi la necessità di fare maggiore attenzione nell’educazione alla parità, partendo dalle piccole cose, partendo da sé, iniziando dalle battute sul parcheggio, per arrivare agli hot-pants che non sono un invito a farsi penetrare da dietro con dei peni dalle dimensioni immaginifiche di clave preistoriche.
Perché descrivere una pratica di sopraffazione ed umiliazione sessuale in un commento ad una foto diffusa all’insaputa del soggetto è stupro virtuale? Perché è tale in un contesto di sesso virtuale, perché l’intento di chi scrive è quello di imporre la propria supremazia fisica e sessuale con la violenza, descrivendo atti di sottomissione all’indirizzo di una persona messa in condizione di non poter reagire, perché nel 2017 la foto che io invio o che tu rubi e diffondi in rete, rappresenta me, la mia immagine mi appartiene ed è estensione della mia persona, con l’aggravante che è spesso il frutto di una fiducia tradita da un partner ignobile.
Spiegone per coloro che non ce la fanno da soli: ciò che fino agli anni ’90 del secolo scorso era conosciuto come rapporto epistolare, oggi si avvale di altri mezzi, benché il mio mestiere non preveda una formazione in comunicazione, ho avuto la fortuna di conoscere bene e da vicino le reti sociali che si sono sviluppate in questi 20 anni, a quanto pare molto più di miei coetanei che hanno la pretesa di parlare di una cosa che sembrano non aver proprio afferrato: la comunicazione e le relazioni interpersonali sono cambiate e questo è un dato di fatto. Chi ancora crede che internet meriti una regolamentazione a parte, che sia un mondo virtuale in cui tutto è concesso, commette un enorme errore di valutazione che rischia di avere risvolti sempre più tragici, se non si accetta il fatto che i social non sono un luogo altro. Se molti ancora lo percepiscono come tale è perché spesso hanno un limite anagrafico che devono cercare di superare, se vogliono fare del bene alle nuove generazioni, regalando loro una società in cui vivere liberamente. Quando frequentavo le scuole medie c’erano diverse pubblicazioni per adolescenti che avevano la classica sezione “La posta del cuore”, spesso vi scrivevano ragazzi e ragazze in cerca di amici di penna, annunci innocenti che davano il via ad amicizie,  simpatie, amori corrisposti e non, fantasie. Mai ho sentito biasimare questo genere di iniziative, come invece oggi si fa con Facebook. Persino mia nonna (classe 1925) aveva un amico di penna durante la seconda guerra mondiale, un militare convalescente (mi raccontava che era consuetudine sostenere i militari scrivendogli, per farli sentire meno soli) e quando questo giovanotto osò farle delle avances, nonna lo redarguì ed interruppe il rapporto epistolare. Se questo giovanotto fosse andato in giro a raccontare che mia nonna era stata poco seria, i fratelli di nonna sarebbero andati a cercarlo per assicurarsi che la convalescenza durasse almeno un altro paio di mesi. Da qui  azzarderei un paragone con quanto accade oggi, epoca in cui la comunicazione è profondamente cambiata e possiamo avere un’amica con cui condividiamo la passione per le azalee, piuttosto che per il lievito madre o per Chewbecca, a Forlimpopoli e parlarci tutti  giorni via FB o Whatsapp, pur vivendo a Singapore. Le relazioni che nascono in rete, non sono meno vere di quelle che nascono altrove. Questa è l’epoca in cui viviamo, io stessa ho avuto relazioni nate in chat, quella che al momento reputo una delle mie migliori amiche l’ho conosciuta su Facebook e non la trovo una cosa stramba da disadattata, ma un fortunato caso offertomi dalla globalizzazione. Al contempo, non sono cambiati solo gli strumenti di comunicazione, ma anche le modalità, viviamo nell’era delle immagini (e vi risparmio link a studi di neuroscienze che mostrano come  alcuni processi cognitivi si stiano modificando in conseguenza di ciò), per flirtare non si scrivono più frasi allusive, si manda una foto magari con una bretella del reggiseno che fa capolino dalla maglia, una foto in costume al mare o qualcosa di più esplicito. Sono allusioni sessuali? Direi di sì. Chi ne è protagonista ha sempre una maturità tale da comprenderne la portata? Forse no. Biasimare e colpevolizzare questi comportamenti riconducendoli ad una condotta depravata e sconsiderata servirà a qualcosa secondo voi? Io penso proprio di no, censurare i costumi che cambiano non  è mai servito a niente. Responsabilizzare i giovani rispetto alla propria sessualità (non rispetto all’uso di internet, delle lettere cartacee o degli scambi verbali) è una cosa che dovrebbe coinvolgere tutti però, maschi e femmine, inclusi coloro i quali si sentono autorizzati a prendere la fotina dell’amica o dell’amico e farla girare per il pubblico ludibrio. Questo è però solo uno degli aspetti da considerare, perché non si parla solo di giovani che dovrebbero essere educati al rispetto e al superamento delle disparità di genere, ma di meno giovani che danno vita a questi aggregati di meschinità in cui ogni occasione è buona per esprimere sprezzanti il proprio desiderio di soverchiare l’oggetto di attenzioni sessuali ostentatamente violente.  È evidente che chi è vittima di queste vicende non riporti gli stessi danni di chi subisce un abuso fisico, ma lo stupratore e chi esprime con tale violenza un intento predatorio, hanno una matrice comune sulla quale da un lato possiamo interrogarci, ma dall’altro deve essere perseguibile. Io credo che molti di questi signori non andrebbero in giro a dire le stesse cose che si permettono di scrivere quando sono  in gruppo e si spalleggiano a vicenda, ciò non toglie che siano persone con una visione distorta della donna e del sesso e che non debbano restare impuniti. Certo la pena non può essere la stessa che viene comminata ad uno stupratore e non si può fare il processo alle intenzioni, ma una qualche forma di responsabilità che vada al di là della violazione della privacy, va individuata (il codice penale non è immutabile, con l’evoluzione dei costumi cambiano gli inquadramenti dei reati, la violenza sessuale è stata inquadrata come delitto contro la libertà personale solo nel 1997, sottraendolo al novero dei reati contro la moralità e il buon costume, a sottolineare un’evoluzione del pensiero sociale). Ad aggravare poi la condizione delle vittime, c’è tutta una schiera di benpensanti pronti ad individuare la corresponsabilità dell’abusato, di colui o colei all’indirizzo del quale sono rivolte le dichiarazioni di assalto sessuale, per ricordarci che un certo tipo di condotta autorizza implicitamente il prossimo a perpetrare violenze, verbali in questo caso, fisiche in altri se si accettano i parallelismi del tutto legittimi. Ecco dunque sciorinare tutta una serie di ragionamenti che mai pongono il maschilismo come punto centrale, ma che nel condannare superficialmente chi si attarda in queste pratiche, si prodiga nel ricordare che però la vittima non dovrebbe fare questo, non dovrebbe fare quello, dovrebbe prevenire il crimine, possibilmente in tutina di latex, altrimenti in qualche modo è responsabile.
Questo è quello che vedo, questo è ciò che mi circonda e mi disgusta, non solo perché in alcuni gruppi di cui faccio parte, tra chi si prefigge di portare avanti battaglie di uguaglianza c’è sempre chi manifesta anche inconsciamente, un pensiero patriarcale che ci porta a giudicare tutti coloro i quali non si uniformano ad una condotta socialmente accettabile e che non rispondono a richieste di castità angelica di stampo cattolico. Io spero che almeno chi ha gli strumenti cognitivi per interrogarsi su questi temi, inizi a farlo mettendo da parte pregiudizi che forse non gli appartengono davvero, ma che sono il frutto di condizionamenti di cui non sempre ci rendiamo conto e che si possa ripartire tutti insieme per costruire un mondo migliore in cui tutti coloro che fanno parte di categorie per secoli mantenute in condizioni di inferiorità (donne, omosessuali, disabili, operai, migranti), riescano ad uscire dal giogo in cui i padroni (reazionari, clericali, capitalisti, schiavisti) tentano  con sempre minor successo di mantenerli.
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