Le regole della casa del sidro

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Le regole della casa del sidro

L’8 agosto a Bologna è stato sgomberato il centro sociale Làbas occupato (abusivamente secondo le leggi dello Stato italiano) nel 2012, sito nell’ex caserma Masini in stato di abbandono da anni 25.

Gli attivisti che hanno resistito passivamente allo sgombero sono stati definiti da più parti “Figli di papà” in senso spregiativo, per indicare giovani ricchi e viziati, che fanno strada con il nome ed i soldi del papi. Li chiamano così perché nei film che hanno guardato distrattamente, gli universitari che nel ’68 si sono presi la briga di partecipare alla rivoluzione culturale, al fianco dei lavoratori di cui nessuno mai si ricorda, provenivano da famiglie benestanti. Forse sfugge a costoro, che quelli che erano universitari nel ’68, erano per lo più di famiglia benestante perché all’epoca frequentare le università oltre che costoso, era consentito a chi aveva frequentato un liceo, anch’esso costoso, sito in città e difficilmente raggiungibile da chi abitava in provincia. Nel dopoguerra licei ed università erano un lusso ed è per questo che nel ’68 gli universitari che si unirono alla contestazione, che comprendeva la lotta operaia, provenivano dal ceto borghese. Questo per ribadire un’ovvietà che a quanto pare certa gente non capisce, nonostante la pubblica istruzione gli abbia consentito di acquisire un diploma superiore. Definire “figli di papà” tutti gli studenti che lottano per un ideale è stupido oggi, più di quanto non lo fosse negli anni ’60, perché i privilegiati viziati e raccomandati certo non vanno in piazza  a prendersi le manganellate per costruire un futuro migliore.

La mia generazione è stata forse, al netto delle due guerre, la più sofferente dell’ultimo secolo. Abbiamo dovuto umiliarci con tutti, con le maestre manesche, con i professori reazionari, coi datori di lavoro, con le banche, con i padroni di casa e coi vicini persino. Ci hanno imposto sudditanza e precariato, ci hanno chiesto di adeguarci, conformarci, ci hanno elargito finte opportunità, eroso diritti a fronte di doveri sempre più insolvibili, ci hanno precluso possibilità reali, imposto le conseguenze di scelte miopi e scellerate, ci hanno obbligati a fornire garanzie aggiuntive trattandoci come dei truffatori incapaci, ci hanno detto di saltare e noi abbiamo chiesto “Quanto in alto?”, ci hanno schiacciati tra il boom edilizio e la crisi, compressi tra una dirigenza clientelare e gerontocratica e la successiva squassata barca che affonda. Non è mai stato il nostro momento, i nostri genitori non vogliono farsi da parte ed i nostri figli sono già pronti a darci lezioni imparate all’università della vita. Quelli che hanno avuto la fortuna ed il coraggio di andare all’estero, hanno dovuto rinunciare agli affetti per avere una casa ed un lavoro ed ora guardano il sole tramontare sui paesaggi dell’infanzia sulle foto dei profili Instagram degli amici. Quelli che non hanno rinunciato agli affetti ora si barcamenano tra precariato, sfruttamento e provincialismo. Quelli che son venuti al nord, in cerca di un lavoro, vivono divisi a metà, tra la città di adozione e quella di origine, in affitto, senza reti di sostegno, senza nessuno a cui fare riferimento in caso di bisogno, appesi ad un filo, in quella che è casa, ma non è Casa.

Mentre accadeva tutto questo le generazioni successive hanno capito che stare ad aspettare non paga, che seguire le regole spesso non porta da nessuna parte, perché le regole sono truccate. Il futuro che ci hanno rubato è il loro presente e mentre noi vedevamo morire ideologie dentro partiti sempre più vuoti, altri semplicemente si sono disinteressati a ciò che accadeva, per mancanza di ideali, per colpa, per caso, non importa. Molti si sono adeguati e aspettano che le cose migliorino, qualcuno si è arreso, alcuni di noi non si sono rassegnati e vogliono costruire dal basso una società di cui far parte, che abbia dei valori in cui riconoscersi, che non sia il premio per quanti si sono uniformati a quel modello consumista che sembra l’unico modello cui tendere, fatto di profitto e bellagente, di oggetti da possedere, persone da sfruttare e traguardi da esibire. Dicono che arrogarsi il diritto di occupare spazi è reato, che bisogna muoversi nella legalità, che in alternativa le manganellate sono giustificate, perché occupare è reato, lo dice la legge. Tutto quello che la legge promette e lo Stato non fa, non ha importanza. Vi sfugge un passaggio, occupare è un gesto di grande responsabilità e difendere questa scelta disarmati, facendo da bersaglio al reparto celere in tenuta antisommossa, è una scelta consapevole di chi alle assurde regole imposte da altri non vuole sottostare. C’è una guerra in corso, tra chi vuole riportarci in dietro di 50 anni e detiene il potere e chi a queste politiche securtarie non si vuole sottomettere, perché quelle che volete farci rispettare non sono le nostre regole, non le abbiamo scritte noi, non le abbiamo accettate ed è ora di alzare al testa e dirlo chiaro e forte. Io vedo diritti calpestati quotidianamente, l’uguaglianza sociale è  una fandonia con cui tenere a bada i benpensanti, la legalità è solo una parola vuota con cui vi riempite la bocca in campagna elettorale, l’economia è a terra, le emergenze abitative ignorate,  le famiglie ritenute “diverse” non tutelate, le risorse umane e materiali di questo paese sperperate, i patrimoni ambientale e culturale non preservati, il futuro svenduto al miglior offerente. In questo quadro occupare non è una possibilità, è una necessità, un dovere, una precisa scelta, un tipo di lotta che produce meravigliosi frutti che non sono solo testimonianza di una bella esperienza, come la definiscono quanti pensano sia un simpatico evento, frutto del caso, ma prova provata del fatto che una società diversa sia possibile. È risposta tangibile alla richiesta di spazi aperti e sicuri, commercio equo, condivisione, solidarietà, aggregazione, crescita culturale e sociale, confronto ed integrazione.

Creare spazi in cui portare avanti progetti di questo tipo è di vitale importanza, se non vogliamo ritrovarci tra meno di 30 anni, in quartieri blindati con polizie private che fanno la ronda armati, perché a questo porterà il modello di esclusione pensato da chi ci governa. Non ne possiamo più di vivere in una società che non ci appartiene, di restare inascoltati, di essere emarginati nei sottoscala di periferia, dove nessuno può essere partecipe di questo genere di esperienze, dove essere visti come il passatempo fuori porta del giovedì sera, in uno sconsolante itinerario di eventi privi di progettualità. Chi crede nei valori messi in pratica in progetti come il Làbas, rappresenta quella parte di società scomoda di cui oggi si ha paura, perché è lì a ricordare che un mondo diverso è possibile, che c’è chi non ha paura di rimboccarsi le maniche e fare, che non se ne sta buono in un angolo ad elemosinare diritti e ringraziare per una busta paga da fame, mentre i beni costruiti con i soldi di tutti noi, vengono trasformati nell’ennesimo mausoleo al capitale, eretto sull’operosità sepolta a manganellate. Si vuole far passare il messaggio che a occupare i centri sociali, siano degli scioperati benestanti ed annoiati che hanno ammassato 4 materassi davanti ad un muro graffitato per scopare e farsi le canne, mentre si danno un tono da rivoluzionari in attesa di prendere in mano l’azienda di papà, dopo aver cazzeggiato in una Bologna, immaginifica capitale del vizio. Questo perché nel limitato immaginario dei reazionari di oggi (quelli cui manca persino la dignità della convinzione politica) è a quello che serve un centro sociale. Stando alle opinioni di questi ottusi, ripulire una caserma in disuso e gestirla, è roba da viziati. Amministratori delegati, titolati nelle università private, mandano in malora aziende di ogni genere, dirigenti pubblici con stipendi astronomici e budget da capogiro non sanno neanche cosa ci sia nella loro scrivania e i viziatelli cannati costruiscono dal nulla a costo zero, una realtà viva, produttiva, gioiosa, tollerante, inclusiva, accogliente e pacifica, capace di ridare vita ad un quartiere, dimostrando con i fatti, che una  società solidale e cooperante è possibile, che pensarla come noi non è tanto male, che siamo belli, gentili, aperti, che non siamo i radical chic stereotipati delle loro favolette. Questo è quello che non vogliono farvi sapere, questo è ciò che non leggerete nei commenti degli assessori che si inventano storie che non esistono, questo è ciò che li terrorizza, essere messi di fronte alle proprie responsabilità ed inchiodati dai fatti. Questo è il motivo per il quale nei nostri cuori prendere uno spazio abbandonato ai topi e al degrado e restituirlo alla collettività, non è reato, ma altissimo senso civico e segno di grande responsabilità nei confronti della società, della città e dei concittadini svantaggiati. Potete continuare a parlare di leggi, codici e diritto quanto vi pare, scrivere libri, tenere discorsi e darvi pacche sulle spalle fino a natale, la realtà è che c’è una parte di cittadinanza attiva che non starà a guardare mentre l’Italia fa la fine della Turchia, che non accetterà intimidazioni dal braccio armato di una dirigenza che sta facendo della sistematica repressione il proprio strumento di governo, che non starà ad aspettare di essere rinchiusa con il 41bis per aver manifestato il proprio dissenso. Lo sgombero di Làbas  è stato un atto politico ben preciso, che nulla ha a che vedere con il ripristino dell’ordine o della legalità, ma rientra in una precisa strategia di repressione, messaggio ricevuto forte e chiaro, ma non tentate di travestirlo vigliaccamente per quello che non è, ossia il ripristino della legalità di uno spazio occupato abusivamente. Làbas vi ha messi di fronte alla vostra inadeguatezza, ha riempito un vuoto che volete rimanga tale e ne risponderete al vostro elettorato e alla cittadinanza tutta.

 

 

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