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Le regole della casa del sidro

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Le regole della casa del sidro

L’8 agosto a Bologna è stato sgomberato il centro sociale Làbas occupato (abusivamente secondo le leggi dello Stato italiano) nel 2012, sito nell’ex caserma Masini in stato di abbandono da anni 25.

Gli attivisti che hanno resistito passivamente allo sgombero sono stati definiti da più parti “Figli di papà” in senso spregiativo, per indicare giovani ricchi e viziati, che fanno strada con il nome ed i soldi del papi. Li chiamano così perché nei film che hanno guardato distrattamente, gli universitari che nel ’68 si sono presi la briga di partecipare alla rivoluzione culturale, al fianco dei lavoratori di cui nessuno mai si ricorda, provenivano da famiglie benestanti. Forse sfugge a costoro, che quelli che erano universitari nel ’68, erano per lo più di famiglia benestante perché all’epoca frequentare le università oltre che costoso, era consentito a chi aveva frequentato un liceo, anch’esso costoso, sito in città e difficilmente raggiungibile da chi abitava in provincia. Nel dopoguerra licei ed università erano un lusso ed è per questo che nel ’68 gli universitari che si unirono alla contestazione, che comprendeva la lotta operaia, provenivano dal ceto borghese. Questo per ribadire un’ovvietà che a quanto pare certa gente non capisce, nonostante la pubblica istruzione gli abbia consentito di acquisire un diploma superiore. Definire “figli di papà” tutti gli studenti che lottano per un ideale è stupido oggi, più di quanto non lo fosse negli anni ’60, perché i privilegiati viziati e raccomandati certo non vanno in piazza  a prendersi le manganellate per costruire un futuro migliore.

La mia generazione è stata forse, al netto delle due guerre, la più sofferente dell’ultimo secolo. Abbiamo dovuto umiliarci con tutti, con le maestre manesche, con i professori reazionari, coi datori di lavoro, con le banche, con i padroni di casa e coi vicini persino. Ci hanno imposto sudditanza e precariato, ci hanno chiesto di adeguarci, conformarci, ci hanno elargito finte opportunità, eroso diritti a fronte di doveri sempre più insolvibili, ci hanno precluso possibilità reali, imposto le conseguenze di scelte miopi e scellerate, ci hanno obbligati a fornire garanzie aggiuntive trattandoci come dei truffatori incapaci, ci hanno detto di saltare e noi abbiamo chiesto “Quanto in alto?”, ci hanno schiacciati tra il boom edilizio e la crisi, compressi tra una dirigenza clientelare e gerontocratica e la successiva squassata barca che affonda. Non è mai stato il nostro momento, i nostri genitori non vogliono farsi da parte ed i nostri figli sono già pronti a darci lezioni imparate all’università della vita. Quelli che hanno avuto la fortuna ed il coraggio di andare all’estero, hanno dovuto rinunciare agli affetti per avere una casa ed un lavoro ed ora guardano il sole tramontare sui paesaggi dell’infanzia sulle foto dei profili Instagram degli amici. Quelli che non hanno rinunciato agli affetti ora si barcamenano tra precariato, sfruttamento e provincialismo. Quelli che son venuti al nord, in cerca di un lavoro, vivono divisi a metà, tra la città di adozione e quella di origine, in affitto, senza reti di sostegno, senza nessuno a cui fare riferimento in caso di bisogno, appesi ad un filo, in quella che è casa, ma non è Casa.

Mentre accadeva tutto questo le generazioni successive hanno capito che stare ad aspettare non paga, che seguire le regole spesso non porta da nessuna parte, perché le regole sono truccate. Il futuro che ci hanno rubato è il loro presente e mentre noi vedevamo morire ideologie dentro partiti sempre più vuoti, altri semplicemente si sono disinteressati a ciò che accadeva, per mancanza di ideali, per colpa, per caso, non importa. Molti si sono adeguati e aspettano che le cose migliorino, qualcuno si è arreso, alcuni di noi non si sono rassegnati e vogliono costruire dal basso una società di cui far parte, che abbia dei valori in cui riconoscersi, che non sia il premio per quanti si sono uniformati a quel modello consumista che sembra l’unico modello cui tendere, fatto di profitto e bellagente, di oggetti da possedere, persone da sfruttare e traguardi da esibire. Dicono che arrogarsi il diritto di occupare spazi è reato, che bisogna muoversi nella legalità, che in alternativa le manganellate sono giustificate, perché occupare è reato, lo dice la legge. Tutto quello che la legge promette e lo Stato non fa, non ha importanza. Vi sfugge un passaggio, occupare è un gesto di grande responsabilità e difendere questa scelta disarmati, facendo da bersaglio al reparto celere in tenuta antisommossa, è una scelta consapevole di chi alle assurde regole imposte da altri non vuole sottostare. C’è una guerra in corso, tra chi vuole riportarci in dietro di 50 anni e detiene il potere e chi a queste politiche securtarie non si vuole sottomettere, perché quelle che volete farci rispettare non sono le nostre regole, non le abbiamo scritte noi, non le abbiamo accettate ed è ora di alzare al testa e dirlo chiaro e forte. Io vedo diritti calpestati quotidianamente, l’uguaglianza sociale è  una fandonia con cui tenere a bada i benpensanti, la legalità è solo una parola vuota con cui vi riempite la bocca in campagna elettorale, l’economia è a terra, le emergenze abitative ignorate,  le famiglie ritenute “diverse” non tutelate, le risorse umane e materiali di questo paese sperperate, i patrimoni ambientale e culturale non preservati, il futuro svenduto al miglior offerente. In questo quadro occupare non è una possibilità, è una necessità, un dovere, una precisa scelta, un tipo di lotta che produce meravigliosi frutti che non sono solo testimonianza di una bella esperienza, come la definiscono quanti pensano sia un simpatico evento, frutto del caso, ma prova provata del fatto che una società diversa sia possibile. È risposta tangibile alla richiesta di spazi aperti e sicuri, commercio equo, condivisione, solidarietà, aggregazione, crescita culturale e sociale, confronto ed integrazione.

Creare spazi in cui portare avanti progetti di questo tipo è di vitale importanza, se non vogliamo ritrovarci tra meno di 30 anni, in quartieri blindati con polizie private che fanno la ronda armati, perché a questo porterà il modello di esclusione pensato da chi ci governa. Non ne possiamo più di vivere in una società che non ci appartiene, di restare inascoltati, di essere emarginati nei sottoscala di periferia, dove nessuno può essere partecipe di questo genere di esperienze, dove essere visti come il passatempo fuori porta del giovedì sera, in uno sconsolante itinerario di eventi privi di progettualità. Chi crede nei valori messi in pratica in progetti come il Làbas, rappresenta quella parte di società scomoda di cui oggi si ha paura, perché è lì a ricordare che un mondo diverso è possibile, che c’è chi non ha paura di rimboccarsi le maniche e fare, che non se ne sta buono in un angolo ad elemosinare diritti e ringraziare per una busta paga da fame, mentre i beni costruiti con i soldi di tutti noi, vengono trasformati nell’ennesimo mausoleo al capitale, eretto sull’operosità sepolta a manganellate. Si vuole far passare il messaggio che a occupare i centri sociali, siano degli scioperati benestanti ed annoiati che hanno ammassato 4 materassi davanti ad un muro graffitato per scopare e farsi le canne, mentre si danno un tono da rivoluzionari in attesa di prendere in mano l’azienda di papà, dopo aver cazzeggiato in una Bologna, immaginifica capitale del vizio. Questo perché nel limitato immaginario dei reazionari di oggi (quelli cui manca persino la dignità della convinzione politica) è a quello che serve un centro sociale. Stando alle opinioni di questi ottusi, ripulire una caserma in disuso e gestirla, è roba da viziati. Amministratori delegati, titolati nelle università private, mandano in malora aziende di ogni genere, dirigenti pubblici con stipendi astronomici e budget da capogiro non sanno neanche cosa ci sia nella loro scrivania e i viziatelli cannati costruiscono dal nulla a costo zero, una realtà viva, produttiva, gioiosa, tollerante, inclusiva, accogliente e pacifica, capace di ridare vita ad un quartiere, dimostrando con i fatti, che una  società solidale e cooperante è possibile, che pensarla come noi non è tanto male, che siamo belli, gentili, aperti, che non siamo i radical chic stereotipati delle loro favolette. Questo è quello che non vogliono farvi sapere, questo è ciò che non leggerete nei commenti degli assessori che si inventano storie che non esistono, questo è ciò che li terrorizza, essere messi di fronte alle proprie responsabilità ed inchiodati dai fatti. Questo è il motivo per il quale nei nostri cuori prendere uno spazio abbandonato ai topi e al degrado e restituirlo alla collettività, non è reato, ma altissimo senso civico e segno di grande responsabilità nei confronti della società, della città e dei concittadini svantaggiati. Potete continuare a parlare di leggi, codici e diritto quanto vi pare, scrivere libri, tenere discorsi e darvi pacche sulle spalle fino a natale, la realtà è che c’è una parte di cittadinanza attiva che non starà a guardare mentre l’Italia fa la fine della Turchia, che non accetterà intimidazioni dal braccio armato di una dirigenza che sta facendo della sistematica repressione il proprio strumento di governo, che non starà ad aspettare di essere rinchiusa con il 41bis per aver manifestato il proprio dissenso. Lo sgombero di Làbas  è stato un atto politico ben preciso, che nulla ha a che vedere con il ripristino dell’ordine o della legalità, ma rientra in una precisa strategia di repressione, messaggio ricevuto forte e chiaro, ma non tentate di travestirlo vigliaccamente per quello che non è, ossia il ripristino della legalità di uno spazio occupato abusivamente. Làbas vi ha messi di fronte alla vostra inadeguatezza, ha riempito un vuoto che volete rimanga tale e ne risponderete al vostro elettorato e alla cittadinanza tutta.

 

 

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Di cicciocospi e dintorni

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Di cicciocospi e dintorni

Appartengo a quel gruppo di psicopatici che quando si imbatte in un annuncio di lavoro che non rispetta le regole, lascia un messaggio, lo segnala o ne chiede la rimozione, perché vedere ancora oggi pubblicate richieste fantasiose rivolte a “donne max 26anni bella presenza” per fare un qualsiasi lavoro a contatto con il pubblico, mi mette proprio di malumore. Questo genere di richieste credo sia segno di grande inciviltà, nonché di decadenza di una società ormai al capolinea. La discriminazione in tutte le sue forme deve essere bandita anche dagli ambiti lavorativi, sempre, anche se spesso le istanze di chi chiede correttezza nelle selezioni, vengono rigettate, a partire dall’aspirante commessa ritenuta troppo “racchia e cicciona” per arrivare al ricercatore non raccomandato, passando anche da chi professa un determinato credo. Se è vero che la legge non consente discriminazioni religiose, è anche vero che consente di selezionare un lavoratore in base a titoli e competenze, per il ruolo richiesto. Per fare un esempio sul caso che in queste ore è salito agli onori della cronaca, se ho bisogno di un urologo, non posso aprire un bando per conferimento dell’incarico ad un neurochirurgo. Se devo potenziare l’unità operativa di chirurgia della mano, il chirurgo vascolare non partecipa e non se ne lamenta, perché semplicemente non ha i requisiti. Il bando del San Camillo di Roma che sta scuotendo le coscienze di chi non ha di meglio da fare che impicciarsi dell’utero altrui, risale al 19 ottobre 2015 ed è rivolto ai ginecologi che andranno espressamente inseriti nell’organico della struttura atta a garantire l’applicazione della legge 194/1978. Seguendo il link potrete accedere al bando che sta giungendo in questi giorni alle ultime fasi di selezione e potrete leggere con i vostri occhi che in nessun punto è scritto che non è aperto agli obiettori, qui non si crea alcun precedente, ma si cerca di garantire un diritto che dal 1978 non si riesce a garantire perché viviamo in un paese a dittatura cattolica, in cui vari esponenti della Chiesa insistono con il voler mettere bocca su una faccenda che non li riguarda. Non è l’ospedale che esclude gli obiettori a priori, ma fa presente che la struttura in cui saranno inseriti è quella in oggetto e di fatto sono gli obiettori che si escludono da soli, rifiutandosi di praticare le procedure che in questo particolare servizio devono essere garantite per legge. Il bando è finalizzato all’assunzione di un medico da impiegare nel servizio di IVG perché è lì che manca personale sanitario, ma è proprio questo che fa scalpore, il fatto di ricordare che è una struttura assistenziale che merita dignità al pari delle altre e che a causa proprio di tutte quelle obiezioni che sono state garantite, ora necessita di un potenziamento di un organico dedicato. Invece secondo le associazioni che si sono sentite lese (i medici cattolici e la CEI) e anche secondo la ministra Lorenzin, si sarebbe dovuto procedere in altro modo per non turbare i medici cattolici e non privarli del loro diritto ad essere assunti sempre e comunque. Quindi in caso di posti vacanti si deve procedere ad un bando generico per assunzione e poi a conclusione dell’assegnazione, verificato che “Toh! pure questo è obiettore”, aprire un secondo bando per la richiesta di mobilità di un medico da assegnare a quell’unità. Al di là del fatto che possiamo discutere di discriminazione fino all’estinzione della razza umana, mettendo da un lato il diritto del medico a tener fede alle proprie convinzioni religiose e dall’altro il diritto della donna ad esercitare le scelte che la legge dello Stato italiano le garantisce, da un punto di vista meramente pratico, a voi sembra normale? Tutto sto casino per assumere un medico disposto ad attuare una legge dello Stato se richiesto? Ottobre 2015, al San Camillo vengono banditi un concorso per assegnazione di un posto di dirigente medico da inserire nel settore  Day Hospital e Day Surgery in cui si esegue IVG ed un avviso di mobilità  con le stesse finalità, per un totale di due nuovi medici assegnati alla struttura. Quando la ministra fa riferimento alle procedure  “legali” sostiene che un ospedale non possa bandire un posto per una struttura specifica, perché i bandi sono per unità operativa (quindi facendo il servizio capo all’ Unità di ostetricia e ginecologia, si può bandire un generico posto di dirigente medico aperto ai ginecologi, senza indicare l’ambulatorio specifico di destinazione) e poi nel caso aprire bandi di mobilità per specifiche esigenze. Quindi ottobre 2015 bando per un nuovo posto (che a febbraio2017 vede la selezione ancora in corso ) e avviso di mobilità per sopperire alle eventuali necessità, come dire: continua ad assumere ginecologi potenzialmente inutili e spostane altri da altri posti a compensazione delle tue necessità. Comodo, pratico, veloce, economico e soprattutto ragionevole. Tutto questo perché sennò i preti si agitano, perché la tutela della donna arriva sempre dopo le garanzie che bisogna accordare a chiunque altro, perché in Italia i diritti sono sempre più fittizi e sempre meno reali. A farmi storcere il naso poi, ci sono le tempistiche, una bando del 2015 scatena la polemica oggi, dopo l’elezione di Trump ed il ritorno in auge di un dibattito che era già vecchio e superfluo nel 1978 . Per chi non lo sapesse, la media nazionale di obiettori è oltre il 70%, con picchi oltre 80% in molte regioni, l’obiezione non ha effetti solo sulle interruzioni volontarie praticate chirurgicamente, ma anche sulla  la somministrazione della RU486 e la prescrizione alle minorenni di quei principi attivi che sebbene l’AIFA abbia fatto immettere in commercio come metodi di contraccezione di emergenza (quindi legalmente non abortivi, ma contraccettivi), sono osteggiati dagli obiettori sia medici che farmacisti, perché in alcuni casi potrebbero agire anche a concepimento avvenuto, impedendo l’impianto di un ovulo già fecondato . L’odissea di una coppia che aveva necessità di ricorrere al Levonorgestrel (pillola del giorno dopo) prima dell’autorizzazione a venderla senza presentazione di ricetta medica, poteva durare anche giorni, toccando vette di idiozia incommensurabile. Io penso che non sia più ammissibile garantire ai cattolici privilegi che non sono concessi ad altre religioni e che costituiscono pericolosi precedenti. Se da un lato condivido l’inserimento di una clausola di obiezione nella legge 194, resasi necessaria affinché all’indomani dell’entrata in vigore fosse rispettata la sensibilità di quanti al referendum si erano espressi negativamente, ed erano già in organico delle varie UO, si è poi omesso di creare nel corso dei decenni, le condizioni per garantire l’attuazione di una pratica legale e la regolamentazione di questo privilegio, affinché non fosse mantenuto a scapito del ben più grande diritto alla salute sancito dalla costituzione e normato nella fattispecie dalla 194. Il rischio insito in questa prassi è che se domani io mi inventassi la religione del Cioccocospesine che crede nell’inviolabilità delle cellule e del rame, secondo cui i tumori hanno l’anima e il rame sogna, potrei voler veder riconosciuto il mio diritto a rispettare la vita del mesotelioma e rifiutarmi di operare appellandomi alla clausola di obiezione. È inutile che mi si dica che la mia è una provocazione, perché il diritto di appellarsi alle proprie convinzioni non dovrebbero averlo solo i cattolici, secondo cui le donne ingerirebbero abortivi come caramelle se non ci fosse il loro paternalistico intervento, anche io voglio invocare lo stesso principio e delirare sul fatto che se garantisco al cattolico di credere, in deroga alla legge, che l’aborto sia omicidio, allora finirà che nessuno somministrerà più antibiotici perché anche i batteri sono vivi. E che dire degli antiretrovirali? Che vi ha fatto l’HIV? anche lui ha diritto di vivere…dove andremo a finire? Chi ha detto che la mia dignità di ciccocospa sia meno importante di quella di un cattolico? La realtà è che in Italia i cattolici sono privilegiati e la laicità dello Stato è una balla a cui ormai credono in pochi. In un ottica di rispetto delle convinzioni religiose, dovremmo rivalutare anche le mutilazioni rituali, di quelle non ne vogliamo parlare? Perché la circoncisione sì e l’infibulazione o l’escissione no? E chi decide quali aspetti di quali credi meritino di ricevere trattamenti speciali  e quali no? Perché è tanto difficile mettere un freno ad un privilegio che lede i diritti sanciti dallo Stato? L’abuso di potere che è derivato dall’esercizio dell’obiezione è disgustoso, cari cattolici, non vi piace che l’aborto sia legale? Scioperate, perdete giorni di lavoro/studio/tempo libero e andate  a manifestare sotto Montecitorio per farla abrogare se ci riuscite, non intralciate l’esercizio di un diritto in virtù delle vostre convinzioni, soprattutto non per quanto riguarda la distribuzione e la somministrazione di farmaci, è davvero intollerabile questa ingerenza ed esaspera gli animi. Io posso anche accettare che non si precluda ad un cattolico di praticare la professione in una struttura pubblica, ma pretendere che non si cerchino figure professionali dedicate ad assolvere ai compiti che loro rifiutano di svolgere è surreale e dimostra  la volontà di portare avanti le loro crociate con ogni mezzo grazie alla posizione privilegiata di cui i loro rappresentati hanno sempre goduto e che a questo punto non è più accettabile. Però attenti, perché come voi mettete in discussione il nostro diritto ad abortire, noi metteremo in discussione il vostro diritto ad obiettare e se fino ad ora non abbiamo obbligato nessuno ad andare contro le proprie convinzioni (a differenza di quanto continuate a fare voi quotidianamente che,  in nome di ipotetiche vite da salvare, ricorrete a mezzi e mezzucci per imporre la vostra visione delle cose a chi non professa il vostro credo), non è detto che se cercate lo scontro a tutti i costi, non si decida di chiedere una modifica della legge e pretendere che i dipendenti delle strutture pubbliche mantenute con i nostri soldi, garantiscano le prestazioni cui abbiamo diritto. Diversamente abbassate la cresta e accettate che nel 2017 a 40 anni dall’entrata in vigore delle legge che garantisce alle donne diritto alla procreazione cosciente e responsabile, sia applicabile su tutto il territorio nazionale e che per continuare a garantire a voi il diritto di obiettare, si proceda con assunzioni dedicate, perché adesso basta!

In direzione ostinata e contraria

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“La vita è sacra, ti è stata data e non è tua”.

Perché? Chi lo ha detto?  Data da chi? Dove sta scritto che non è mia?

Convenzioni sociali, principi religiosi che nulla dovrebbero avere a che vedere con le leggi laiche dello Stato e con le mie libertà personali. Sono anche un po’ stufa di sentire queste litania su improbabili chine scivolose da non imboccare, perché “Se lo permettiamo dove andremo a finire”. 

Perse la guerra contro il divorzio e quella contro l’aborto, i cattolici continuano a combattere contro ciò che non si confà alle loro convinzioni, lacerando la vita altrui al grido di “Ma noi siamo quelli buoni che difendono la vita”. Il “come” questa vita sia vissuta, è una cosa che a loro non interessa e non starò qui a fare digressioni su dignità, pedofilia, stupri, maschilismo e tutto ciò che poi , nella vita delle persone, ha un reale peso. Tu vivi, quello che non va accettalo e offri la tua sofferenza a Dio, tu non sai perché soffri, ma Lui sì.

1. Lui ti ama : ah beh grazie ora mi sento meglio.

2.  La sofferenza è strumento di Dio, devi accettarla: ma anche no, ne farei volentieri a meno, si comprasse un avvitatore elettrico.

3. Non sei solo a portare le tue pene, Lui è con te (segue storiella delle orme sulla sabbia): se poi oltre a fare l’amico invisibile mi offrisse una birra, potremmo parlarne a 4 occhi.

4. Dio parla al tuo cuore, sei tu che non sai ascoltare: ah certo, devo fare sempre tutto io.

5. Dio non ti infligge una sofferenza maggiore di quella che puoi sopportare: ha un bilancino speciale per valutare quanta merda riesci a sopportare, quindi vai tranquillo e patisci che ce la fai, siamo tutti con te.

6. Le vie del Signore sono infinite: ok, ma compratelo un GPS che mi sarei anche rotto il cazzo di girare a vuoto

7. L’amore vince su tutto: ah sì, ho visto il film.

8. Il Signore ha un piano: adoro i piani ben riusciti.

Al di là delle battute, io capisco che chi professa una fede sia convinto che la sua scelta sia la migliore, anche io che non professo alcuna fede ne sono convinta ma vorrei essere lasciata in pace. Nel merito, non vedo sostanziali differenze tra integralisti cattolici e integralisti musulmani. Entrambi, in virtù delle loro convinzioni, pretendono di estendere la propria morale a tutti, impiegando i mezzi che il loro contesto sociale gli consente. Accettare che i laici possano fare scelte diverse dalle loro è qualcosa che proprio non riescono a concepire, intervenendo con violenza fisica i primi e ideologica i secondi.

Non starò qui a fare digressioni su quanto sia ridicolo che si propongano come bussola morale di una società che contribuiscono a mantenere nella superstizione, nell’ipocrisia e nell’ingiustizia. Mi limiterò a sottolineare come, un certo tipo di moralizzatori attacchi quotidianamente le altrui libertà, forzando lo Stato laico e sovrano ad estendere i propri dogmi alla collettività, in nome di qualche rimasuglio di principi arcaici che nulla hanno a che vedere con gli interessi, non solo della collettività, ma del singolo. Pur di non ammettere il tramonto di una fede che  sopravvive più nella forma che nella sostanza, anche presso chi dichiara di professarla, le alte sfere fingono vitalità reiterando subdolamente concetti e principi dei cui limiti sono ben consapevoli, impartendo ordini morali ad una schiera di credenti supini e creduloni, privati di senso critico da 40 anni di decadimento cognitivo-culturale, incapaci di maturare una propria posizione e abbagliati dal rassicurante frontman acchiappa like.

Ma veniamo a noi, quello che io detesto con tutto il cuore sono l’ipocrisia, l’incoerenza, la malafede con cui si fa leva sui sentimenti elementari decontestualizzando i problemi. I principi e le idee sono somministrati in pillole a seguaci distratti che non si prendono la briga di formarsi una propria idea, approfondire un argomento, verificare una notizia. Una decina di giorni fa in Belgio hanno applicato la legge, cosa che di per sé in Italia già farebbe notizia, ma la legge in questione tocca un tema che da noi spacca e divide quanto la mancata convocazione della promessa di turno in Nazionale: l’eutanasia. Come i più informati sapranno in alcune civilissime nazioni europee vengono emanate leggi di interesse collettivo, che mirano a salvaguardare la dignità ed il benessere dei cittadini e tutelarne la libertà di scelta, in barba all’atteggiamento paternalista della classe dirigente italiana. La notizia, manco a dirlo, è stata accolta da noi con il solito sconcerto moralista. Nonostante l’Avvenire (quotidiano in informazione in mano al CEI) riporti la notizia in questi termini “ …il paziente aveva 17 anni, non si conosce però né il nome né il sesso ma solo che era malato terminale, che si tratta del primo caso in Belgio (e nel mondo, col benestare di una legge dello Stato) e che sono stati rispettati i criteri fissati dalla revisione della legge belga sull’eutanasia del 2002 riformata nel 2014 per includere anche l’accesso all’eutanasia di minori informati e consenzienti una volta acquisito il placet dei genitori e del medico curante.”,  Bagnasco (presidente CEI) continua capziosamente a parlare di “bambino” e ci spiega che “La vita deve essere accolta, sempre, anche quando questo richiede un grande impegno”. Ma le vere perle arrivano dal mondo politico e laico, in cui si annidano biechi opportunisti che, anziché promuovere un confronto serio e maturo su di un importantissimo argomento che tocca tutti noi da vicino, si concedono alla dichiarazione compulsiva, per cui possiamo incappare in posizioni ragionate come le seguenti:

 “Eutanasia per un bambino in Belgio. Erode è tornato, strage degli innocenti” (Maurizio Lupi deputato NDC-UDC)

“Il diritto all’eutanasia del bambino, altro non significa che attribuire ad un adulto il potere di vita e di morte su un minorenne” (Alberto Gambino presidente ass.ne Scienza e Vita).

“La vita umana continua ad essere valutata come un bene strettamente personale… la deriva belga dovrebbe costituire un campanello d’allarme per quanti…si apprestano a promuovere la legislazione eutanasica nel Parlamento italiano” (Gian L. Gigli presidente Movimento per la vita)

“Chi ha deciso che quel bambino doveva morire? L’egoismo dei genitori?” (Lorenzo Cesa segretarioUDC)

“Il Belgio, seguendo l’Olanda, sdogana l’eutanasia per i bambini, aprendo la strada ad una deriva eugenetica che fonda le sue radici, come ai tempi del nazismo, in un totale disprezzo della vita umana” (Carlo Giovanardi – senatore BOH, non v’è certezza che non cambi casacca mentre scrivo e mi ritrovi con un refuso, per cui controllatevelo voi)

Poi la mia preferita, l’ immancabile on. Paola Binetti che con romantico sconcerto si chiede
“Com’è possibile che non abbia vinto l’amore dei genitori sulla morte”, sai Paole’ se non sei in un film della Disney succede.

Io penso che nessun individuo in possesso delle proprie facoltà mentali possa mai pensare che il genitore di un malato terminale lo sopprima come un cane fastidioso e non sia comunque dilaniato all’idea di porre fine alla sua agonia accompagnandolo verso la morte, superando il desiderio incontrollabile di tenerlo stretto a sé anche solo un altro minuto, per un ultimo respiro. Potrei scrivere altre dieci pagine sulle quanto siano superficiali, volgari e contraddittorie le posizioni espresse in questi commenti, ma non lo farò; lascio a chi ha avuto la pazienza di leggere questo mio post, fare le proprie considerazioni alla vigilia di quella che sarà la prossima polemica. Si sono concluse le Paralimpiadi, durante le quali abbiamo tutti ammirato incondizionatamente Bebe Vio e cercato di imparare qualcosa da lei, parimenti e con altrettanto rispetto dovremmo imparare che c’è chi nella vita ha dovuto affrontare un percorso diverso e che deve essere libero di scegliere un epilogo diverso come Marieke Vervoort la cui storia da noi è poco nota, che si appresta a far molto discutere i benpensanti della domenica. Buon week end a tutti e come da tradizione…

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Preghiera in gennaio – Fabrizio De André

Il tramonto e l'aurora

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Cinque anni.
Cinque anni sono il tempo per ripulire la vita dagli avanzi. Oggi mi guardo intorno e non c’è più nulla che mi ricordi ciò che ho chiuso nel passato, che ho cancellato. Anche l’ultimo indumento è andato, portandosi via gli scenari cui aveva preso parte, e forse cinque anni bastano a ripulire la propria anima. Ormai i ricordi sono così sfuggenti…
Ho fatto posto a nuove cose e con loro sono entrati nella mia vita nuovi ricordi, al punto che il passato sembra non essere esistito, non essere stato che un sogno. Guardo un asciugamano consunto e penso che dovrei buttarlo, poi sì, tutto sarà ridotto in pattume come spazzatura è stata la mia vita per un po’. Ho permesso a realtà che non mi appartengono di sporcare il mio sorriso, ma sono una donna forte ed oggi ne sono più sicura che in passato. Mi specchio e stasera mi piace quel che vedo , domani forse no, ma qui e adesso sì.
Gli abbracci che ho ricevuto, i sorrisi che ho regalato, le risate di cui ho goduto con gli amici… persino le carezze che ho fito di non aver ricevuto. Tutto ha segnato il trascorrere del tempo e nulla è andato perduto, ogni nuovo tassello ha trovato la sua collocazione, forse qualcuno è rimasto fuori, ancora da capire, da collocare, ma sono dolci incertezze, per ora.
Chiudo gli occhi e mi scorrono davanti immagini strane e cerco di dare un senso ai sogni che faccio ultimamente, ai sorrisi, le parole, i miei sospiri e un po’ mi perdo in questi giorni e mi ritrovo tra i fogli sparsi e le canzoni sussurrate.