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Per chi l’ha visto e per chi non c’era

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vlyublennyie
Da qualche tempo in rete e non solo, si parla di quello che è stato definito “stupro virtuale”, per indicare una pratica che sta conoscendo una diffusione preoccupante: la condivisione di foto esplicite e non, inviate da amanti virtuali o reali, ex fidanzate, ex mogli, amiche, ricevute da altre fonti o scatti rubati di passanti, senza il consenso del soggetto, allo scopo di eccitare l’utilizzatore finale e consentirgli di dare libero sfogo alle proprie fantasie predatorie. A partire dalla Bibbia3.0 (database ospitato via via su diversi drive online), per arrivare ai più casalinghi gruppi Facebook per gli utenti meno capaci, le foto vengono diffuse senza consenso e utilizzate per scopi tutt’altro che leciti. In questo articolo dell’ Espresso c’è un interessante campionario di questa varia umanità che si sente in diritto di esternare le proprie bassezze, forte del fatto che sui social tutto sembra consentito, perché nessuno denuncia e anche quando lo fa non esiste un reato abbastanza grave da associare alla loro condotta, senza contare il fatto che una buona parte dell’opinione pubblica sia pronta a difendere l’uomo, che nella nostra cultura è considerato cacciatore, non perdendo occasione per sottolineare che la donna ha la sua parte di responsabilità perché non è stata prudente (leggasi: casta e morigerata). Al solito il dibattito, anziché concentrarsi sull’educazione al rispetto, va fuori focus e si finisce con il fare victim blaming, perché se sei portatrice di orifizi penetrabili, devi aspettarti che l’intento del prossimo sia sempre e solo quello di colmarli. Se sei un ragazzo e conosci a calcetto un tipo simpatico che ti invita a casa sua a vedere il derby e tu ci vai, dopo esserti sbarbato e profumato perché è domenica, ma lui mentre vedete la partita ti sbatte sul divano e ti violenta, è uno stupratore che ti ha brutalizzato e nessuno si sogna minimamente di sollevare la questione della prudenza. Se un collega dell’università invita una ragazza a casa sua a studiare e lei va lì con una gonna perché magari è maggio e ci sono 38°C e lui le salta addosso, il commento medio è che avresti dovuto prevederlo, essere prudente, pensare alla tua sicurezza, perché cosa ti aspettavi, davvero di studiare? Ecco questa è l’educazione che ci hanno impartito i reazionari che hanno costruito questa società, questo è ciò che si ottiene quando si chiede parità, quando si rivendica il diritto all’uguaglianza.
Ma veniamo allo stupro cosiddetto virtuale. Alcuni ritengono che non sia un paragone calzante, che le “vere vittime di stupro” (anche qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte sul decalogo della vittima perfetta) dovrebbero sentirsi offese dall’essere messe alla stregua di sciocche esibizioniste che regalano incautamente foto sexy a conoscenti vari ed eventuali e che dovrebbero partire dal presupposto che prima o poi quelle immagini usciranno della riservatezza. Retro-pensiero: cosa ti aspetti? se mandi a qualcuno una foto di una tetta sei una ragazza poco seria che intrattiene rapporti vuoti con sconosciuti arrapati, quindi sarai sempre oggetto di attenzioni non richieste perché è NORMALE che se ti mostri disponibile con una persona la tua disponibilità di quel momento è poi estesa d’ufficio a tutti i conoscenti del tuo amico. Ecco materializzarsi una folta schiera di educatori che invocano corsi di educazione civica informatica, maggior consapevolezza dei rischi di internet, preservazione della propria castità e altri rituali medioevali che vanno dal chiudersi dentro casa, al non dare confidenza ai bipedi di sesso opposto, al depilarsi a fasi alterne: sì se vuoi essere trombata; no se sei una femminista frigida e non vuoi essere coinvolta in un amplesso. Tutte iniziative mirate alla diffidenza, alla moralizzazione, alla repressione, mai al fottutissimo rispetto, mai che qualcuno dica “Stasera prendo i miei figli e gli faccio una testa tanto sui valori del rispetto e della parità e lo farò anche domani e dopodomani”, mai che un insegnante invochi la necessità di fare maggiore attenzione nell’educazione alla parità, partendo dalle piccole cose, partendo da sé, iniziando dalle battute sul parcheggio, per arrivare agli hot-pants che non sono un invito a farsi penetrare da dietro con dei peni dalle dimensioni immaginifiche di clave preistoriche.
Perché descrivere una pratica di sopraffazione ed umiliazione sessuale in un commento ad una foto diffusa all’insaputa del soggetto è stupro virtuale? Perché è tale in un contesto di sesso virtuale, perché l’intento di chi scrive è quello di imporre la propria supremazia fisica e sessuale con la violenza, descrivendo atti di sottomissione all’indirizzo di una persona messa in condizione di non poter reagire, perché nel 2017 la foto che io invio o che tu rubi e diffondi in rete, rappresenta me, la mia immagine mi appartiene ed è estensione della mia persona, con l’aggravante che è spesso il frutto di una fiducia tradita da un partner ignobile.
Spiegone per coloro che non ce la fanno da soli: ciò che fino agli anni ’90 del secolo scorso era conosciuto come rapporto epistolare, oggi si avvale di altri mezzi, benché il mio mestiere non preveda una formazione in comunicazione, ho avuto la fortuna di conoscere bene e da vicino le reti sociali che si sono sviluppate in questi 20 anni, a quanto pare molto più di miei coetanei che hanno la pretesa di parlare di una cosa che sembrano non aver proprio afferrato: la comunicazione e le relazioni interpersonali sono cambiate e questo è un dato di fatto. Chi ancora crede che internet meriti una regolamentazione a parte, che sia un mondo virtuale in cui tutto è concesso, commette un enorme errore di valutazione che rischia di avere risvolti sempre più tragici, se non si accetta il fatto che i social non sono un luogo altro. Se molti ancora lo percepiscono come tale è perché spesso hanno un limite anagrafico che devono cercare di superare, se vogliono fare del bene alle nuove generazioni, regalando loro una società in cui vivere liberamente. Quando frequentavo le scuole medie c’erano diverse pubblicazioni per adolescenti che avevano la classica sezione “La posta del cuore”, spesso vi scrivevano ragazzi e ragazze in cerca di amici di penna, annunci innocenti che davano il via ad amicizie,  simpatie, amori corrisposti e non, fantasie. Mai ho sentito biasimare questo genere di iniziative, come invece oggi si fa con Facebook. Persino mia nonna (classe 1925) aveva un amico di penna durante la seconda guerra mondiale, un militare convalescente (mi raccontava che era consuetudine sostenere i militari scrivendogli, per farli sentire meno soli) e quando questo giovanotto osò farle delle avances, nonna lo redarguì ed interruppe il rapporto epistolare. Se questo giovanotto fosse andato in giro a raccontare che mia nonna era stata poco seria, i fratelli di nonna sarebbero andati a cercarlo per assicurarsi che la convalescenza durasse almeno un altro paio di mesi. Da qui  azzarderei un paragone con quanto accade oggi, epoca in cui la comunicazione è profondamente cambiata e possiamo avere un’amica con cui condividiamo la passione per le azalee, piuttosto che per il lievito madre o per Chewbecca, a Forlimpopoli e parlarci tutti  giorni via FB o Whatsapp, pur vivendo a Singapore. Le relazioni che nascono in rete, non sono meno vere di quelle che nascono altrove. Questa è l’epoca in cui viviamo, io stessa ho avuto relazioni nate in chat, quella che al momento reputo una delle mie migliori amiche l’ho conosciuta su Facebook e non la trovo una cosa stramba da disadattata, ma un fortunato caso offertomi dalla globalizzazione. Al contempo, non sono cambiati solo gli strumenti di comunicazione, ma anche le modalità, viviamo nell’era delle immagini (e vi risparmio link a studi di neuroscienze che mostrano come  alcuni processi cognitivi si stiano modificando in conseguenza di ciò), per flirtare non si scrivono più frasi allusive, si manda una foto magari con una bretella del reggiseno che fa capolino dalla maglia, una foto in costume al mare o qualcosa di più esplicito. Sono allusioni sessuali? Direi di sì. Chi ne è protagonista ha sempre una maturità tale da comprenderne la portata? Forse no. Biasimare e colpevolizzare questi comportamenti riconducendoli ad una condotta depravata e sconsiderata servirà a qualcosa secondo voi? Io penso proprio di no, censurare i costumi che cambiano non  è mai servito a niente. Responsabilizzare i giovani rispetto alla propria sessualità (non rispetto all’uso di internet, delle lettere cartacee o degli scambi verbali) è una cosa che dovrebbe coinvolgere tutti però, maschi e femmine, inclusi coloro i quali si sentono autorizzati a prendere la fotina dell’amica o dell’amico e farla girare per il pubblico ludibrio. Questo è però solo uno degli aspetti da considerare, perché non si parla solo di giovani che dovrebbero essere educati al rispetto e al superamento delle disparità di genere, ma di meno giovani che danno vita a questi aggregati di meschinità in cui ogni occasione è buona per esprimere sprezzanti il proprio desiderio di soverchiare l’oggetto di attenzioni sessuali ostentatamente violente.  È evidente che chi è vittima di queste vicende non riporti gli stessi danni di chi subisce un abuso fisico, ma lo stupratore e chi esprime con tale violenza un intento predatorio, hanno una matrice comune sulla quale da un lato possiamo interrogarci, ma dall’altro deve essere perseguibile. Io credo che molti di questi signori non andrebbero in giro a dire le stesse cose che si permettono di scrivere quando sono  in gruppo e si spalleggiano a vicenda, ciò non toglie che siano persone con una visione distorta della donna e del sesso e che non debbano restare impuniti. Certo la pena non può essere la stessa che viene comminata ad uno stupratore e non si può fare il processo alle intenzioni, ma una qualche forma di responsabilità che vada al di là della violazione della privacy, va individuata (il codice penale non è immutabile, con l’evoluzione dei costumi cambiano gli inquadramenti dei reati, la violenza sessuale è stata inquadrata come delitto contro la libertà personale solo nel 1997, sottraendolo al novero dei reati contro la moralità e il buon costume, a sottolineare un’evoluzione del pensiero sociale). Ad aggravare poi la condizione delle vittime, c’è tutta una schiera di benpensanti pronti ad individuare la corresponsabilità dell’abusato, di colui o colei all’indirizzo del quale sono rivolte le dichiarazioni di assalto sessuale, per ricordarci che un certo tipo di condotta autorizza implicitamente il prossimo a perpetrare violenze, verbali in questo caso, fisiche in altri se si accettano i parallelismi del tutto legittimi. Ecco dunque sciorinare tutta una serie di ragionamenti che mai pongono il maschilismo come punto centrale, ma che nel condannare superficialmente chi si attarda in queste pratiche, si prodiga nel ricordare che però la vittima non dovrebbe fare questo, non dovrebbe fare quello, dovrebbe prevenire il crimine, possibilmente in tutina di latex, altrimenti in qualche modo è responsabile.
Questo è quello che vedo, questo è ciò che mi circonda e mi disgusta, non solo perché in alcuni gruppi di cui faccio parte, tra chi si prefigge di portare avanti battaglie di uguaglianza c’è sempre chi manifesta anche inconsciamente, un pensiero patriarcale che ci porta a giudicare tutti coloro i quali non si uniformano ad una condotta socialmente accettabile e che non rispondono a richieste di castità angelica di stampo cattolico. Io spero che almeno chi ha gli strumenti cognitivi per interrogarsi su questi temi, inizi a farlo mettendo da parte pregiudizi che forse non gli appartengono davvero, ma che sono il frutto di condizionamenti di cui non sempre ci rendiamo conto e che si possa ripartire tutti insieme per costruire un mondo migliore in cui tutti coloro che fanno parte di categorie per secoli mantenute in condizioni di inferiorità (donne, omosessuali, disabili, operai, migranti), riescano ad uscire dal giogo in cui i padroni (reazionari, clericali, capitalisti, schiavisti) tentano  con sempre minor successo di mantenerli.
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In direzione ostinata e contraria

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“La vita è sacra, ti è stata data e non è tua”.

Perché? Chi lo ha detto?  Data da chi? Dove sta scritto che non è mia?

Convenzioni sociali, principi religiosi che nulla dovrebbero avere a che vedere con le leggi laiche dello Stato e con le mie libertà personali. Sono anche un po’ stufa di sentire queste litania su improbabili chine scivolose da non imboccare, perché “Se lo permettiamo dove andremo a finire”. 

Perse la guerra contro il divorzio e quella contro l’aborto, i cattolici continuano a combattere contro ciò che non si confà alle loro convinzioni, lacerando la vita altrui al grido di “Ma noi siamo quelli buoni che difendono la vita”. Il “come” questa vita sia vissuta, è una cosa che a loro non interessa e non starò qui a fare digressioni su dignità, pedofilia, stupri, maschilismo e tutto ciò che poi , nella vita delle persone, ha un reale peso. Tu vivi, quello che non va accettalo e offri la tua sofferenza a Dio, tu non sai perché soffri, ma Lui sì.

1. Lui ti ama : ah beh grazie ora mi sento meglio.

2.  La sofferenza è strumento di Dio, devi accettarla: ma anche no, ne farei volentieri a meno, si comprasse un avvitatore elettrico.

3. Non sei solo a portare le tue pene, Lui è con te (segue storiella delle orme sulla sabbia): se poi oltre a fare l’amico invisibile mi offrisse una birra, potremmo parlarne a 4 occhi.

4. Dio parla al tuo cuore, sei tu che non sai ascoltare: ah certo, devo fare sempre tutto io.

5. Dio non ti infligge una sofferenza maggiore di quella che puoi sopportare: ha un bilancino speciale per valutare quanta merda riesci a sopportare, quindi vai tranquillo e patisci che ce la fai, siamo tutti con te.

6. Le vie del Signore sono infinite: ok, ma compratelo un GPS che mi sarei anche rotto il cazzo di girare a vuoto

7. L’amore vince su tutto: ah sì, ho visto il film.

8. Il Signore ha un piano: adoro i piani ben riusciti.

Al di là delle battute, io capisco che chi professa una fede sia convinto che la sua scelta sia la migliore, anche io che non professo alcuna fede ne sono convinta ma vorrei essere lasciata in pace. Nel merito, non vedo sostanziali differenze tra integralisti cattolici e integralisti musulmani. Entrambi, in virtù delle loro convinzioni, pretendono di estendere la propria morale a tutti, impiegando i mezzi che il loro contesto sociale gli consente. Accettare che i laici possano fare scelte diverse dalle loro è qualcosa che proprio non riescono a concepire, intervenendo con violenza fisica i primi e ideologica i secondi.

Non starò qui a fare digressioni su quanto sia ridicolo che si propongano come bussola morale di una società che contribuiscono a mantenere nella superstizione, nell’ipocrisia e nell’ingiustizia. Mi limiterò a sottolineare come, un certo tipo di moralizzatori attacchi quotidianamente le altrui libertà, forzando lo Stato laico e sovrano ad estendere i propri dogmi alla collettività, in nome di qualche rimasuglio di principi arcaici che nulla hanno a che vedere con gli interessi, non solo della collettività, ma del singolo. Pur di non ammettere il tramonto di una fede che  sopravvive più nella forma che nella sostanza, anche presso chi dichiara di professarla, le alte sfere fingono vitalità reiterando subdolamente concetti e principi dei cui limiti sono ben consapevoli, impartendo ordini morali ad una schiera di credenti supini e creduloni, privati di senso critico da 40 anni di decadimento cognitivo-culturale, incapaci di maturare una propria posizione e abbagliati dal rassicurante frontman acchiappa like.

Ma veniamo a noi, quello che io detesto con tutto il cuore sono l’ipocrisia, l’incoerenza, la malafede con cui si fa leva sui sentimenti elementari decontestualizzando i problemi. I principi e le idee sono somministrati in pillole a seguaci distratti che non si prendono la briga di formarsi una propria idea, approfondire un argomento, verificare una notizia. Una decina di giorni fa in Belgio hanno applicato la legge, cosa che di per sé in Italia già farebbe notizia, ma la legge in questione tocca un tema che da noi spacca e divide quanto la mancata convocazione della promessa di turno in Nazionale: l’eutanasia. Come i più informati sapranno in alcune civilissime nazioni europee vengono emanate leggi di interesse collettivo, che mirano a salvaguardare la dignità ed il benessere dei cittadini e tutelarne la libertà di scelta, in barba all’atteggiamento paternalista della classe dirigente italiana. La notizia, manco a dirlo, è stata accolta da noi con il solito sconcerto moralista. Nonostante l’Avvenire (quotidiano in informazione in mano al CEI) riporti la notizia in questi termini “ …il paziente aveva 17 anni, non si conosce però né il nome né il sesso ma solo che era malato terminale, che si tratta del primo caso in Belgio (e nel mondo, col benestare di una legge dello Stato) e che sono stati rispettati i criteri fissati dalla revisione della legge belga sull’eutanasia del 2002 riformata nel 2014 per includere anche l’accesso all’eutanasia di minori informati e consenzienti una volta acquisito il placet dei genitori e del medico curante.”,  Bagnasco (presidente CEI) continua capziosamente a parlare di “bambino” e ci spiega che “La vita deve essere accolta, sempre, anche quando questo richiede un grande impegno”. Ma le vere perle arrivano dal mondo politico e laico, in cui si annidano biechi opportunisti che, anziché promuovere un confronto serio e maturo su di un importantissimo argomento che tocca tutti noi da vicino, si concedono alla dichiarazione compulsiva, per cui possiamo incappare in posizioni ragionate come le seguenti:

 “Eutanasia per un bambino in Belgio. Erode è tornato, strage degli innocenti” (Maurizio Lupi deputato NDC-UDC)

“Il diritto all’eutanasia del bambino, altro non significa che attribuire ad un adulto il potere di vita e di morte su un minorenne” (Alberto Gambino presidente ass.ne Scienza e Vita).

“La vita umana continua ad essere valutata come un bene strettamente personale… la deriva belga dovrebbe costituire un campanello d’allarme per quanti…si apprestano a promuovere la legislazione eutanasica nel Parlamento italiano” (Gian L. Gigli presidente Movimento per la vita)

“Chi ha deciso che quel bambino doveva morire? L’egoismo dei genitori?” (Lorenzo Cesa segretarioUDC)

“Il Belgio, seguendo l’Olanda, sdogana l’eutanasia per i bambini, aprendo la strada ad una deriva eugenetica che fonda le sue radici, come ai tempi del nazismo, in un totale disprezzo della vita umana” (Carlo Giovanardi – senatore BOH, non v’è certezza che non cambi casacca mentre scrivo e mi ritrovi con un refuso, per cui controllatevelo voi)

Poi la mia preferita, l’ immancabile on. Paola Binetti che con romantico sconcerto si chiede
“Com’è possibile che non abbia vinto l’amore dei genitori sulla morte”, sai Paole’ se non sei in un film della Disney succede.

Io penso che nessun individuo in possesso delle proprie facoltà mentali possa mai pensare che il genitore di un malato terminale lo sopprima come un cane fastidioso e non sia comunque dilaniato all’idea di porre fine alla sua agonia accompagnandolo verso la morte, superando il desiderio incontrollabile di tenerlo stretto a sé anche solo un altro minuto, per un ultimo respiro. Potrei scrivere altre dieci pagine sulle quanto siano superficiali, volgari e contraddittorie le posizioni espresse in questi commenti, ma non lo farò; lascio a chi ha avuto la pazienza di leggere questo mio post, fare le proprie considerazioni alla vigilia di quella che sarà la prossima polemica. Si sono concluse le Paralimpiadi, durante le quali abbiamo tutti ammirato incondizionatamente Bebe Vio e cercato di imparare qualcosa da lei, parimenti e con altrettanto rispetto dovremmo imparare che c’è chi nella vita ha dovuto affrontare un percorso diverso e che deve essere libero di scegliere un epilogo diverso come Marieke Vervoort la cui storia da noi è poco nota, che si appresta a far molto discutere i benpensanti della domenica. Buon week end a tutti e come da tradizione…

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Preghiera in gennaio – Fabrizio De André

Il tramonto e l'aurora

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Cinque anni.
Cinque anni sono il tempo per ripulire la vita dagli avanzi. Oggi mi guardo intorno e non c’è più nulla che mi ricordi ciò che ho chiuso nel passato, che ho cancellato. Anche l’ultimo indumento è andato, portandosi via gli scenari cui aveva preso parte, e forse cinque anni bastano a ripulire la propria anima. Ormai i ricordi sono così sfuggenti…
Ho fatto posto a nuove cose e con loro sono entrati nella mia vita nuovi ricordi, al punto che il passato sembra non essere esistito, non essere stato che un sogno. Guardo un asciugamano consunto e penso che dovrei buttarlo, poi sì, tutto sarà ridotto in pattume come spazzatura è stata la mia vita per un po’. Ho permesso a realtà che non mi appartengono di sporcare il mio sorriso, ma sono una donna forte ed oggi ne sono più sicura che in passato. Mi specchio e stasera mi piace quel che vedo , domani forse no, ma qui e adesso sì.
Gli abbracci che ho ricevuto, i sorrisi che ho regalato, le risate di cui ho goduto con gli amici… persino le carezze che ho fito di non aver ricevuto. Tutto ha segnato il trascorrere del tempo e nulla è andato perduto, ogni nuovo tassello ha trovato la sua collocazione, forse qualcuno è rimasto fuori, ancora da capire, da collocare, ma sono dolci incertezze, per ora.
Chiudo gli occhi e mi scorrono davanti immagini strane e cerco di dare un senso ai sogni che faccio ultimamente, ai sorrisi, le parole, i miei sospiri e un po’ mi perdo in questi giorni e mi ritrovo tra i fogli sparsi e le canzoni sussurrate.
 

Pocahontas blu

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Polpettone che sa di già visto, Avatar è stato accolto dalla critica come un capolavoro “straordinario”, degno di recensioni più che positive e critiche lusinghiere. Leggo che ci sono voluti molti anni di lavoro (l’idea della sceneggiatura nacque già negli anni ’90) ed un budget più che ragguardevole, per realizzare il nuovo film dei record: costo, effetti speciali, incassi. A vederlo però, offre una trama scontata, con una circostanziale denuncia del colonialismo capitalista in favore di un ormai demodé sentimento new age, condito con l’immancabile storia di amore e valorosi guerrieri, ricalcando trame che da Piccolo grande uomo a L’ultimo dei Mohicani, passando per Mission fino a Balla coi lupi, avevano già raccontato tutto il raccontabile sull’argomento. Rimangono gli effetti speciali ai quali siamo ampiamente abituati, che mi fanno sembrare Cameron un bambino degli anni ’80 che dal Nintendo Entertainment System si dovesse trovare tra le mani una Wii e si convincesse di fare cose strabilianti cui nessuno penserebbe mai. Mi viene in mente Judi Dench che in Nine afferma “Dirigere un film è un mestiere sopravvalutato, lo sappiamo tutti. Devi solo dire sì o no, che altro devi fare? Niente. Maestro questo lo vuole rosso?Sì. Verde? No. Più comparse? Sì. Più rossetto? No. Sì, no, sì no: questo è dirigere”.  Terry Gilliam con L’ immaginario del Dottor Parnassus ha avuto grossi problemi di distribuzione, James Cameron fa una scoreggia in 3D e realizza incassi da capogiro, com’è ‘sta storia? Richard Corliss del Time  ha dichiarato che il film è «sicuramente la creazione più intensa e convincente di un mondo fantastico mai visto nella storia del cinema» e volevo pure vedere se con oltre 300 milioni di dollari riusciva a fare una cacata. Visivamente il film è suggestivo: bestie jurassiche multicolor, un po’ di Platoon qua, un po’ di Magritte là, tecnologia a pacchi, Sigurney Weaver al suo ennesimo incontro del terzo tipo, indiani/elfi alieni contro starship troopers/conquistadores, epico scontro finale ma di sicuro non è né originale e neanche particolarmente avvincente, in definitiva molto rumore per nulla.

Objects in the mirror are closer than they appear

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“La solitudine dei numeri primi” è il libro che oggi avrei voluto scrivere. Un libro sull’incapacità di perdonarsi e di perdonare; sulle ferite adolescenziali visibili o meno, che ci trasciniamo dietro nell’adultescenza, noi che apparteniamo ad una generazione nuova. Esistenze scandite da nuove tappe e nuove iniziazioni. Paolo Giordano scrive di sentimenti estranei alle orecchie dei più, troppo a lungo taciuti e dissimulati. La storia lineare di due bambini, poi adolescenti, poi giovani adulti, ci riconcilia con la parte tragica del nostro io, laddove l’handicap fisico ed il lutto violento si amalgamano  sfumando nel dolore sordo della solitudine che ci portiamo dentro. Non serve essere numeri primi per saperlo ma, chi in un modo chi nell’altro, sprofonda in una solitudine che è prigione e protezione al tempo stesso, da cui fuggire è impossibile e che non svanisce mai del tutto, può lasciare filtrare un profumo nuovo ed un nuovo giorno carico di speranze, può mutare forma e colore, ma sarà sempre lì a farci compagnia: unico vero punto di rifermento. Il racconto delle occasioni perse che non ritorneranno, delle storie che si perdono per una parola non detta, quando si è troppo testardi per scoprirsi.

Watchman: il film

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Ultrazine

E’ impossibile commentare il film prescindendo dalla graphic novel da cui è tratto.
Non sono una purista dell’adattamento, mi sono sempre trovata a litigare con chi lamentava, in passato, tagli e manomissioni alle trame in favore di una più fluida sceneggiatura, ma quando ci si accosta a quelle opere che appartengono al gotha dell’arte bisognerebbe fare molte attenzione.
La mia generazione ha lottato a lungo per lo sdoganamento di quelle che troppo a lungo sono state considerate arti minori o forme espressive di serie b ed è partendo da questa necessaria premessa che cerco di capire se questo film renda o meno giustizia alla storia tanto amata. Watchmen è una racconto terribile che affronta insieme una moltitudine di tematiche, citarne alcune farebbe torto alle altre e a tutte le sfumature che sicuramente non ho colto. Ciascuno di noi si accosta alla lettura con il proprio bagaglio di esperienze e la filtra attraverso la propria sensibilità, questo porta il singolo a ritenere alcuni aspetti di una storia più appassionanti di altri, le inclinazioni personali non possono però adombrare il significato profondo che un autore trasmette con la sua opera. In questo caso il romanzo è corredato dalla forza della rappresentazione visiva che ne amplifica il significante. E’ quindi da lettrice della graphic novel che mi chiedo se il film sia stato o meno un esperimento riuscito. Visivamente il film è stupendo, non avrebbe potuto essere diversamente laddove le immagini ricalcano i disegni, pregevoli sono anche i reinserimenti delle tavole in momenti diversi (ad esempio il dott. Manatthan che cammina sull’acqua, sostituito dal modello dello spot televisivo che il Comedian guarda durante le prime scene del film) o il richiamo alla cultura anni ’80 (Warhol e Bowie). La sensazione è che il processo creativo si esaurisca con i titoli di testa che ben assolvono al gravoso compito di riassumere l’era dei minuteman, per poi lasciare il passo ad una sempre crescente mortificazione delle intenzioni di Moore-Gibbons. Non starò a raccontare cosa sia Watchmen (il romanzo) a coloro che non hanno mai avuto l’intenzione di leggerlo (chi l’ha avuta e non lo ha fatto è imperdonabile e chi non ne ha avuto occasione è da compatire), però mi chiedo cosa sia questa opera filmica che prende quella che Terry Gilliam ( che a lungo ha accarezzato l’idea di trarne un film in 5 episodi) definisce la “Guerra e pace dei romanzi grafici” e ne fa un qualcosa che è a metà tra la perfezione e il grossolano errore. Assodato che la trasposizione cinematografica delle tavole dei fumetti ( vedi Sin city e 300) porti ad un risultato affascinante, reso possibile dalle sempre più crescenti opportunità offerte dalla computer grafica, quanto è meritevole chi prende l’immaginario bell’e pronto di un altro, lo usa ottenendo così delle immagini fortemente suggestive e ne disperde i contenuti trasformando la crudezza in crudeltà? Rorschach si sarebbe mai accanito con un’accetta sul cranio dell’assassino della bambina scomparsa? No. La natura giudice che possiede e che gli fa scegliere un comportamento divino, collocandosi al di sopra della società  (Leveranno lo sguardo gridando “Salvaci!” e io dall’alto gli sussurrerò “no”) fa da contraltare al Dio-Manatthan che dal suo freddo osservatorio, lontano dal tempo e dallo spazio, alla condizione umana non può più accedere. Della condizione umana (che con gli eroismi non ha nulla a che vedere) e della sua disperata miseria, della cui dolorosa comicità il Comedian coglie tutta la veridicità scevra da moralismi, nel film non c’è traccia. Ho sentito parlare di “aspetto umano e frustrazione degli eroi” da chi ha visto il film senza leggere prima il romanzo e mi chiedo come sia possibile anche solo pensare che la guerra fredda possa offrire uno scenario adatto a racconti di eroi mascherati (così come vengono comunemente intesi). Perché alla fine, la sensazione che aleggia è che Watchmen sia un film su eroi mascherati, dimentico di quel carico di dolore che si porta dietro, del tempo in cui l’opera è stata scritta, del monito alla strategia della paura (svanita con il cambio di sceneggiatura dell’attentato di Ozymandias) e di tutte le altre tante storie contenute nell’opera. Quindi in definitiva il film in sé non è male, è gradevole da vedere, come un quadro, i costumi sono bellissimi, le musiche scelte veramente pertinenti, gli effetti speciali speciali, gli attori all’altezza del compito assegnatogli e straordinariamente somiglianti ai personaggi di china, il Gufo vince, il cattivo del film viene picchiato a dovere, la figa del film accasata e contenta, gli adolescenti appagati dalla trasgressiva scena di sesso fetish e dalle risse Matrix, il regista soddisfatto, i produttori arricchiti, e noi poveri mortali truffati per l’ennesima volta, il pubblico beota defraudato dell’ennesima occasione di arricchimento,ma il Comedian di tutto ciò non ne sarebbe affatto sorpreso…