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Anna non abita più qui

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È facile cedere alla tentazione di interpretare “Map to the stars”, come una semplice critica e ridicolizzazione del patinato mondo delle stars hollywoodiane, ma a mio modesto parere il film andrebbe inquadrato in una cornice ben più ampia.

La storia narrata si dipana attraverso le vicende di personaggi che appartengono al mondo dello spettacolo o ad esso ambiscono, che sia il caso o il destino a far incrociare le loro vite , poco importa; ne consegue che sullo sfondo di una LA per la prima volta mortificata e al contempo liberata dai cliché cinematografico, che la vuole intrappolata tra Chinese Theatre e l’Holliwood walk of fame, uomini e donne devastati da intensi drammi personali, cercano il riscatto o il perdono, attraverso percorsi che si riveleranno fallimentari.

Le contraddizioni dei singoli personaggi, si svelano allo spettatore senza le sovrastrutture melodrammatiche che lo stereotipo del film drammatico ci ha per anni imposto, liberando così il dramma da un genere che lo ha costretto e ancorato a personaggi eroici e positivi.

Cronenberg ci regala antieroi, che alla ricerca della redenzione percorreranno un red carpet immaginario che li condurrà ad un epilogo  che conferma, non tanto una predestinazione dell’uomo, quanto una incapacità dell’umanità a modificare sostanzialmente il proprio comportamento.

A dispetto della vacuità delle persone che lo vivono, il dramma umano diventa il protagonista, liberato dalla zavorra del dolore penitenziale. L’ossessione, il declino, il tradimento, la tossicodipendenza, il cinismo, l’incesto, l’abuso, la malattia e la morte dei bambini, creano un tessuto sul quale si inseriscono punti luminosi che rappresentano le singole vite, i singoli drammi, le piccole storie che poca cosa rappresentano agli occhi dell’universo e delle costellazioni, ma che nessuno spessore donano a personaggi vuoti che li vivono. Il dramma è liberato nella sua essenza più pura e attraverso il fuoco, che  bruciando consumerà e spegnerà le vite dei protagonisti, sarà l’unico a trovare redenzione.

Il mantra dell’affermazione del sé, attraverso il mito della libertà (ripetuto ossessivamente attraverso le parole di Eluard), laddove non vi è costrizione, se non l’unica che l’individuo si è autoimposta con la propria meschinità , viene inutilmente portato alle estreme conseguenze, senza l’impianto cinematografico classico che miri a far leva sull’emotività dello spettatore, anch’esso liberato dall’inutilità di molte pellicole.

Se è vero che  “Ogni famiglia infelice è infelice a proprio modo” e agli infelici ci siamo sempre sentiti vicini, in Map to the stars questa empatia non è richiesta, non è ciò che vediamo ad offrirci il senso della storia, quanto ciò che è stato tolto.

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Il cuore rallenta

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Guardò sopra di sé le assi di legno del tetto, poi chiuse gli occhi. L’aria era calda, profumata di terra, il poco fieno che le faceva da giaciglio le pungeva la pelle e si accorse che quegli aghi contribuivano a farla sentire viva. Era viva, lo sentiva dal canto delle cicale, dal cinguettio degli uccelli, dallo scampanare della chiesa. Campane a festa, cariche di dolore e di morte. Riaprì gli occhi ma stavolta vide sopra di sé una gloriosa volta, il fienile era proteso verso il cielo e come una cattedrale gotica celebrava la grandezza di Dio e di quell’istante pieno di ogni cosa. Sfregò le gambe ancora umide tra di loro ,  inspirò la polvere e l’umidità che esalava dai loro corpi esausti e pensò a suo fratello, morto in chissà quale trincea, tra quali e quanti corpi esanimi, ammucchiati nel fango, al freddo, forse in una posa scomposta come la sua ora. Pensò e riaprì gli occhi, un’ape si era posata sul suo ginocchio sollevato, Pungimi, pensò, Pungimi e fammi sentire che sono viva, che provo, che esisterò ancora. Provava un tumulto di emozioni in quel momento, catturò con gli occhi un raggio di luce che filtrava tra due assi, lo strizzò tra le ciglia e questo si scompose in un dedalo di colori, poi passò oltre, come il tempo, come la paura, la morte, la guerra. Aprì gli occhi e si girò su di un fianco, lui era lì disteso accanto a lei, le intemperie ne avevano mutato l’espressione, forse era stato il tempo, forse la paura, la fame, la lotta, la fuga, la lontananza… Il sole era ormai basso sui tetti, lei era ancora distesa nel fieno e pensò che quel momento era il momento perfetto, che mai più le sarebbero accadute così tante cose tutte insieme, tutte in un solo giorno. Mai più le sarebbe capitato di pensare ad un giorno diverso da quello; il giorno che le aveva strappato il cuore per poi restituirglielo, il giorno che l’aveva riconsegnata alla vita, alla libertà , all’amore.

Poserò la testa sulla tua spalla

e farò

un sogno di mare

e domani un fuoco di legna

perché l’aria azzurra

diventi casa

chi sarà a raccontare

chi sarà

sarà chi rimane

io seguirò questo migrare

seguirò

questa corrente di ali…

(Khorakhané – Fabrizio De Andrè)

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La stanza sarà stata  di un metro per due, tre file di sedili erano addossate alle tre pareti libere, metà della stanza era ingombrata dal battente della porta che, aperta, lasciava liberi gli sguardi di frugare. La finestra verniciata di un bianco vecchio e logoro, dava su un grosso abete che si innevava a stento. Il freddo era la costante del giorno e lo sarebbe stata anche della notte. Occhi chiari e occhi umidi, occhi persi nel vuoto. Occhi fissi su di un fine. Il corridoio era spoglio, la sala di media grandezza e popolata di attori ben distanti tra loro. Il palco vede in scena un dramma in tre atti, il demiurgo è giovane ed occhialuto, tremante ti conduce in un limbo dorato dove non c’è sogno né dolore. Il secondo atto è al freddo, la vista è sfocata e gli attori sono cambiati. Il dolore è sordo e muto, stavolta gli occhi non ci sono, sono solo mani che cercano, spostano e agitano. Il secondo atto è il più lungo, quello che fa pensare, quello carico di attese e di sorprese. Il secondo atto è quello del dramma che non si compie, delle lacrime che non arrivano. Il secondo atto è mal scritto e peggio interpretato. Meglio il silenzio. Cala il sipario, pausa… Il terzo atto è una farsa, tragicomica e routinaria. Un film muto darebbe l’idea, Buster Keaton è lì, esagera un po’, ma almeno è lì… I mini-ritz sono al 45° e non al 60° livello, per cui tocca scendere lungo una scala gelida e prepararsi al grande freddo. Vuole che avvisiamo qualcuno? Vuole maggior privacy? Vuole un analgesico, del topicida o un te? Opterei per dell’oppio, il topicida è indigesto e l’analgesico ha un brutto nome… del tè non c’è mai da fidarsi. Alla fine il succo di pera è il mio preferito, ma bevo anche ananas e pompelmo. Fa freddo giù in città e i passeggeri sono troppo occupati per capire e vedere, io stessa non capisco e non vedo, ma come sempre canto sotto una coperta gelata. Partirò ancora una volta verso porti sconosciuti, il biglietto l’ho pagato a caro prezzo e stavolta vale imbarcarsi di corsa, fa troppo freddo qui, me ne vado alle Hawaii..

Vado alle Hawaii all’idroscalo non m’imbarcherò mai
Prendo l’autobus scendo all’ippodromo e da lì

Scappi alle Hawaii? Già
E quando arriva l’uragano che fai ? Giro in cadillac con gli hula-hula dell’hi-fi

Caddero giù
sincopati
giù per una scala di blues…  Leggi il resto di questa voce

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Ieri sera ho accompagnato a casa un mio amico ( il Canaso accoglierà con disappunto la definizione che mi ostino a dare di lui…), la nebbia era fittissima, specialmente a ritorno. Amo guidare anche con le condizioni atmosferiche più assurde, mi rilassa e mi fa sentire a mio agio l’idea di potermi spostare, l’idea che se volessi potrei puntare verso il casello dell’autostrada (rubando l’auto che in effetti non è mia…) ed andare dove voglio. La strada per casa del “mio amico” la conosco molto bene, ma con la nebbia ha assunto tutto un altro aspetto e la brina gelata sui rami degli alberi conferiva al paesaggio un aspetto spettrale e fantastico mai potuti ammirare prima. La coltre di fitta umidità mi ha affascinata e distratta al punto di farmi sbagliare strada, o meglio, farmi percorrere una strada che ho bandito dai miei percorsi, così sono passata sotto la mia vecchia casa ed un impeto improvviso mi ha pervasa. Il solito desiderio di attacco o fuga con annessa scarica adrenalinica, la casa avrebbe dovuto essere deserta perché il suo abitante mi aveva informata della partenza verso quello che amichevolmente definiamo “il deserto”, ma l’immaginazione gioca brutti scherzi ed io avrei giurato di aver visto una luce filtrare dal lucernario che un tempo fu “il portale dimensionale”. Così ho premuto sull’acceleratore cedendo al desiderio di fuga da quella che, date le mie reazioni, evidentemente percepisco come una minaccia. Mi sono così rifugiata sotto le coperte a scacciare dai miei pensieri le immagini più dolorose di questi ultimi tempi. Non so perché scrivo di questo mio stato d’animo, forse per liberarmene, per esorcizzarlo, per farlo conoscere a qualcuno? Non lo so proprio, ma gli alberi pieni di brina sono un’immagine che vorrei conservare nel cuore molto più delle luci immaginarie che filtrano da una finestra. Il paesaggio era talmente bello che ero quasi sicura di non aver mai percorso quelle strade… strano davvero. Ho notato il grande prato antistante il fabbricato di quella presumo sia una ditta che costeggia la strada, l’insegna luminosa e allegra di un ristorante mai scoperto prima, le luci disposte a creare strabilianti giochi di luci, alcune decorazioni natalizie dimenticate a sbiadire fino a chissà quando ed infine la nebbia che, colpita dai fari dell’auto, appariva come una fitta pioggia argentea. E in questa notte penso a tanto, a tutto e ad una canzone che ho ascoltato al risveglio, penso a ciò che ho sopportato quest’anno e a dolore che ancora mi porto dietro e penso che proprio non potrei sopportare oltre, penso che ormai il peggio è passato e la strada ora non potrà che essere in discesa, così mentre penso che non c’è un motivo valido o che se c’è io non lo conosco, mentre penso che dovrei scrivere di altro, canticchio.
 
 
Oh my heart can’t carry much more

It’s really, really aching and soar

My heart don’t care anymore

I really can’t bear more

My hands don’t work like before

I shiver and I scrape at your door

My heart can’t carry much moreBut you couldn’t care less

Could you

Your face don’t look like before

It’s really not like yours anymore

Your eyes don’t like me no more

They quiver and they shift to the floor

My heart don’t beat like before

It’s never been this lone

No my blood don’t flow anymore

And you couldn’t care less

Could you

Could we stop and sleep for a spare

We can turn this stitch into a ware

And send that old devil back to hell

But we don’t care do we

Baby let’s stop and sleep for a spare

We can turn this stitch into a ware

And send that old devil back to hell

Your back’s not straight like before

You really shouldn’t care in me no more

I’m much too heavy for you

I’m really quite a mess, yes

We just don’t care anymore

We’re cricket and were cut to the core

We’re just not there anymore

But we really don’t care do we

No, we couldn’t care less

We couldn’t care less

Could we?

( The Cardigans – Couldn’t care less )

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Il biglietto gettato a terra dice: "Datemi dei soldi per sfamare i miei figli, per l’amor di Dio…che Dio vi benedica".
C’è aria di miseria oggi.
Lei sa essere felice, è grassa, ha una camicia di raso rosso e gli occhi dipinti di azzurro.
Ha lo sguardo gioioso, tiene per mano tre ragazzini, è eccessiva e grassa e abbigliata a sproposito, ma è felice, ne sono sicura.
"Datemi dei soldi… che Dio vi benedica"
Gli indiani in strada festeggiano qualcosa, hanno grandi piatti sulle teste, enormi pentole di riso e le donne sono raccolte in tessuti dai colori caldi e brillanti. Intanto i bambini dell’interno 4 hanno ripreso a scampanellare e dalle finestre sale odore di curry&marijuana.
Sono ammassati in quattro, forse cinque, in VENTICINQUEMETRIQUADRI per gentile concessione dell’Europaunita e graziealcambiofavorevole…
Il miraggio è il nord, il miraggio del "C’è sempre un posto dove ti piagliano" è ora trasforamto dalle esalazioni catramose della strada soffocante, il miraggio è un fresco prato.
Alla fine della strada c’è un sentiero e curva verso terre scandite da tamburi. Il viso è secco e scuro, quest’altra storia odora di nuove spezie forse cumino, forse cardamomo e zenzero. E’ questo l’odore dei miei sogni o forse è solo l’odore della miseria? Ed ha forse il sapore di zuppa di fagioli neri scotti e sconditi? Di fagioli in scatole di latta?
L’odore di frittura è tipico dell’autobus in certi orari, a volte bomboloni dolci, altre involtini primavera di chi ha cucinato nottetempo e rincasa, gli occhi stanchi, i pensieri altrove, il corpo qui.
"Che Dio ti benedica"… e tante grazie, ma intanto mentre tu sei qui, nostro fratello fruga tra i miei ricordi e se li porta, fruga nella mia vita e si porta i resti di un’altra estate e Dio lo benedice nel suo da fare.
E la ragazza è vestita di sole e nel sole ce la prendiamo in questa terra che indifferente ci prende i sogni e noi, i sogni, li vomitiamo fuori dai reni stanchi e logori.
"E che Dio vi benedica tutti" in questo treno che porta in città.

AbsolutelyZelda

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Zelda. Chi mi conosce da tempo sa che questo è il mio pseudonimo, nick per gli amici della rete, scelto tanto tempo fa e spiegato, a chi me lo chiedeva, con un distratto “Era la moglie di uno scrittore…”

Zelda, Zelda Sayre, Zelda Sayre Fitzgerald che con il padre bello e dannato del grande Gatsby ,ha condiviso inquietudini e nostalgie. Le inquietudini di una generazione e le nostalgie per un’epoca dorata; quando il mondo in cui erano diventati stelle luminose cambiò. Cambiò il  mondo, cambiarono loro due, si dannarono prima di amore, poi di amarezza, infine di delusione e solitudine, con il declino di un’età che non era più:l ‘età del jazz. Il jazz dei club privati durante il proibizionismo, il jazz che si travestiva di sete fruscianti e rasi pastello per intrufolarsi, a passo di swing, ai balli della borghesia e contagiare i figli di una società perbenista e puritana, contaminandoli di passione e corrompendoli con sofferenza. L’America non mi è mai piaciuta; le sue contraddizioni, la sua ottusità e la sua prepotenza, poi un giorno una raccolta “Racconti dell’età del jazz” mi ha attratta a sé da uno scaffale e mi ha prepotentemente catturata a suon di musica, la musica che io amo, suonata in una opulenta sala da ballo di una villa di quell’America che è stata il punto di partenza dell’occidente in cui ora viviamo; ma questo lo avrei capito molto tempo dopo. Sullo sfondo si dipanavano le problematiche di una casta dedita ad una delle tante cacce alle streghe della sua storia, ossessionata dai fantasmi del proprio inconscio, bisognosa di demonizzare per esistere. Sotto i riflettori per me svettava una donna pronta a dare scandalo, pronta ad ispirare un nuovo modello di femminilità e ribellione. Una fanciulla vestita di seta, che fuma un sigaro e si sbronza tracannando wisky dalla bottiglia. Con il capo leggermente reclinato da un lato, gli occhi un po’ socchiusi, sognanti, stupiti, acuti e vacui allo stesso tempo. Lei, Zelda Sayre, che con questo modello non ha molto a che vedere ma che a me piace lo stesso. Zelda, con gli occhi aperti sul futuro, i sogni imprigionati nella fallocrazia del passato, le labbra dischiuse sul respiro del suo amato, una donna emblematica che mi ha ispirata, non so perchè. Credo che se fossi vissuta anche io a quei tempi, avrei avuto con lei molte cose in comune: sarei stata sognante, irrequieta, ribelle, disincantata, innamorata ed irrimediabilmente superficiale. E’ stata talmente viva ed affamata che di troppa vita è impazzita, dando un senso persino alla follia. Così dopo tanti anni in cui ho abusato del suo nome facendone il mio, si è fatta viva nei miei pensieri per farsi ricordare, ancora una volta protagonista perfetta del suo mondo e dei suoi spazi. E’ bastata una musica, un malinconico tango (Por una cabeza) a farmela vedere, nell’ultimo pomeriggio della sua vita, prima della sua morte per-fet-ta, in un incendio nella casa di cura in cui era rinchiusa per la sua disfatta psichica. Era infagottata in un maglione di cachemire beige, con un nastro di raso azzurro tra i capelli, seduta nella veranda della clinica in cui sarebbe bruciata, gli occhi socchiusi a fissare quelli che potrebbero essere dei mandorli in fiore, una sigaretta tra le dita, inquietudini, fantasmi che solo una donna sa di avere e di dover combattere, nostalgia di quell’età dorata bruciata avidamente, forse nessun rimpianto, forse solo uno, ma nella visione non mi ha confidato quale. Anche quello bruciato di lì a poco.

… e la cenere della sigaretta volava al suono di un malinconico tango.